
Nel Sud-est asiatico è emerso il timore per un altro possibile conflitto all’orizzonte con Indonesia e Malesia che discutono di confini marittimi, in particolare sulla regione di Ambalat. Petrolio e gas sono in gioco, visto che Ambalat ne detiene importanti riserve, il che la rende un obiettivo strategico per entrambe le nazioni. I confini dell’era coloniale rimangono contesi, innescando ricorrenti scontri sulla sovranità. Da entrambe le parti vi è però volontà di risolvere la disputa diplomaticamente, evitando ulteriori escalation in una regione già interessata da crescenti tensioni, come Cina-Taiwan oltre alle intricate contese nel Mar Cinese Meridionale, fra i molteplici stati costieri che vi si affacciano. Il governo malese infatti aderisce ancora all’approccio negoziale, ma insiste sui diritti sovrani sull’area contesa.
Il Primo Ministro malese Anwar Ibrahim ha affermato ad inizio agosto che la disputa sulla regione petrolifera di Ambalat, situata nell’area di sovrapposizione delle acque contese nel Mare di Sulawesi/Celebes, non porterà ad un conflitto armato. Kuala Lumpur e Giacarta, che rivendicano la proprietà dell’area ricca di risorse, intendono risolvere le divergenze diplomaticamente. La lunga controversia è tornata sotto i riflettori e la dichiarazione è stata rilasciata in risposta alle preoccupazioni dell’opinione pubblica circa potenziali tensioni tra Indonesia e Malesia, alimentata dall’escalation dei recenti scontri al confine tra Thailandia e Cambogia. La questione della proprietà del blocco conteso è stata discussa il 29 luglio nell’ambito della 13a consultazione annuale bilaterale durante i colloqui con il Presidente indonesiano Prabowo Subianto, conclusi però senza un chiaro accordo sui confini marittimi. Anwar Ibrahim ha anche subito pressioni in parlamento da parte dell’opposizione, che lo accusa di essere troppo morbido, sollecitandolo ad assumere una posizione più dura sulle questioni di confine.
Questo punto di sfida in Asia in realtà è una questione tutt’altro che nuova, in cui si intersecano petrolio, confini e vecchie ferite. In prospettiva non sembra esserci nessuna guerra, ma neanche nessuna resa con Anwar Ibrahim che insiste che “non verrà ceduto un centimetro di Sabah” ma promette colloqui sul conflitto, nel rispetto del diritto marittimo internazionale. Questa disputa ha un’eredità coloniale in quanto durante quel periodo i confini marittimi erano approssimativamente delineati e basati su vaghi accordi tra le metropoli. La controversia sorse negli anni ’80 e ’90, quando iniziarono le esplorazioni geologiche attive, i pattugliamenti divennero più frequenti e le parti si scambiarono proteste diplomatiche. L’Indonesia fece valere le sue rivendicazioni basandosi sul diritto marittimo internazionale e sul suo status di stato arcipelagico, sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) di Montego Bay del 1982 che riconosce agli stati arcipelagici diritti e sovranità specifici sulle loro acque. Invece, la Malesia si basò sulla sua vicinanza al suo stato di Sabah, da cui contava la piattaforma continentale e la zona economica esclusiva (ZEE). Una svolta non risolutiva avvenne nel 2002 quando la Corte Internazionale di Giustizia assegnò le isole contese di Sipadan e Ligitan alla Malesia, ma lasciò irrisolti i confini marittimi, inclusa Ambalat. Due anni dopo la malese Petronas rilasciò una licenza alla compagnia mineraria olandese Shell per lo sviluppo del conteso blocco di Ambalat, provocando le proteste dell’Indonesia, che aveva già firmato un contratto con l’italiana Eni per la stessa area.
La tensione si è innalzata drasticamente nel 2010 quando si è rischiato di sparare, poiché la Marina indonesiana ha quasi aperto il fuoco su una nave pattuglia malese per essersi rifiutata di abbandonare l’area contesa. Proprio questa sovrapposizione delle licenze di esplorazione petrolifera della Petronas e dell’ENI ha alimentato decenni di controversie. In conclusione quindi la situazione intorno ad Ambalat rimane una questione delicata nella regione: le parti hanno ripetutamente tentato di avviare un processo negoziale e proposto di avviare l’esplorazione congiunta del giacimento, ma non è stato raggiunto un accordo e senza un accordo in vista e con l’orgoglio nazionale in gioco, sarà da osservare se la controversia si intensificherà.
Paolo Romano
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