INDONESIA. Finanza scossa pesantemente dalle dimissioni del governatore della Banca d’Indonesia 

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Le improvvise dimissioni del governatore della Banca d’Indonesia, Perry Warjiyo, segnano un momento cruciale per la più grande economia del Sud-est asiatico. A metà del suo secondo mandato quinquennale, le dimissioni di Warjiyo – presentate per motivi personali e prontamente accettate dal presidente Prabowo Subianto – hanno scosso i mercati finanziari locali e internazionali.

Per sette anni, Warjiyo ha rappresentato un punto di riferimento istituzionale, guidando il Paese attraverso la pandemia, gli shock delle catene di approvvigionamento globali e gli aggressivi cicli di inasprimento monetario a livello globale, riporta AT.

La sua improvvisa uscita di scena elimina un elemento cruciale di prevedibilità proprio mentre l’Indonesia si trova ad affrontare una difficile combinazione di tensioni fiscali interne, incessante fuga di capitali e forte vulnerabilità esterna.

Le dimissioni di Warjiyo vanno oltre il normale avvicendamento amministrativo. La notizia giunge in un contesto di crollo della valuta locale, con la rupia che si è deprezzata di circa il 7% dall’inizio del 2026, risultando tra le valute asiatiche con la peggiore performance.

Le riserve valutarie si sono ridotte a 144,9 miliardi di dollari, a causa dei continui e consistenti interventi della banca centrale volti ad attutire il deprezzamento della valuta. Mentre i rendimenti dei titoli di Stato aumentano e i mercati azionari vacillano sotto l’effetto delle ansie legate alla politica interna, la Banca d’Indonesia si trova a un pericoloso bivio in cui la difesa monetaria si scontra direttamente con l’opportunismo politico.

Ad aggravare questa fragilità monetaria contribuisce il peggioramento della salute strutturale dei saldi esterni del Paese. Il deficit delle partite correnti si è ampliato all’1,1% del prodotto interno lordo, a causa del rallentamento dei profitti derivanti dalle esportazioni di materie prime e della forte domanda strutturale di beni strumentali importati.

Contemporaneamente, gli afflussi di investimenti diretti esteri si sono ridotti, limitati dalla persistente ambiguità normativa e dalle preoccupazioni per la rigidità del mercato del lavoro.

La tempistica delle dimissioni di Warjiyo mette inoltre in luce il quadro giuridico in evoluzione che disciplina la politica monetaria a Giacarta. Le modifiche legislative introdotte con la Legge sul rafforzamento del settore finanziario hanno ampliato il mandato statutario della Banca d’Indonesia, includendo esplicitamente la creazione di posti di lavoro e la crescita economica, oltre alla stabilità dei prezzi.

Economisti indipendenti e agenzie di rating internazionali avevano avvertito all’epoca che mandati doppi o terziari avrebbero indebolito l’ortodossia monetaria. Il quadro macroeconomico su cui si fonda l’Indonesia è sottoposto a forti pressioni, colpito sia da persistenti shock geopolitici che da un’espansione fiscale disordinata.

Sul fronte esterno, il prolungato conflitto in Medio Oriente ha innescato una forte volatilità dei prezzi dell’energia e strozzature logistiche. Essendo un importatore netto di petrolio, l’Indonesia ha assorbito una forte inflazione importata, spingendo l’inflazione complessiva al 3,34%.

Anziché scaricare completamente questi shock energetici globali sui consumatori attraverso la fissazione dei prezzi dei carburanti sul mercato, il governo ha cercato di proteggere le famiglie, imponendo un onere insostenibile alle finanze pubbliche e alle imprese statali come Pertamina e PLN. A livello nazionale, il sentiment degli investitori si è notevolmente deteriorato a causa dei cambiamenti nella disciplina fiscale. L’amministrazione Prabowo ha portato avanti ambiziosi e costosi programmi populisti, in particolare il programma di pasti scolastici gratuiti.

Con il deficit di bilancio che si aggira vicino al limite legale del 3%, attestandosi al 2,92%, la fiducia del mercato si è erosa. Le agenzie di rating internazionali e gli investitori istituzionali hanno osservato con allarme come le proteste interne contro la spesa pubblica siano state accolte con reazioni politiche drastiche.

La Banca d’Indonesia è stata costretta ad attuare una politica monetaria restrittiva, alzando il tasso di riferimento di 100 punti base quest’anno al 5,75% per difendere la rupia, creando una forte tensione tra gli elevati costi di finanziamento e gli obiettivi di crescita interna. Inoltre, il sentiment dei mercati finanziari è stato scosso dai cambiamenti nell’allocazione dei portafogli. I fondi istituzionali globali hanno spostato i propri investimenti dai titoli di Stato indonesiani in valuta locale, noti come SBN, verso strumenti di debito occidentali più sicuri e con rendimenti più elevati.

Le partecipazioni estere nel debito interno sono diminuite significativamente, riducendo il tradizionale cuscinetto che un tempo assorbiva i disavanzi di bilancio interni. Questo deflusso strutturale sta comprimendo la liquidità del sistema bancario locale, facendo aumentare i tassi di interesse sui prestiti interni e soffocando la crescita del credito per le piccole e medie imprese.

L’autorità monetaria si trova intrappolata da tre esigenze: difendere la valuta attraverso tassi di interesse elevati, sostenere la crescita con iniezioni di liquidità o agevolare l’espansione fiscale per prevenire attriti sociali. Non può fare tutte e tre le cose contemporaneamente.

Di conseguenza, la psicologia del mercato a Giacarta è diventata difensiva. Questa copertura aggrava la pressione macroeconomica sulla rupia, creando un circolo vizioso di deprezzamento della valuta e fuga di capitali.

Le circostanze che hanno portato alle dimissioni di Warjiyo hanno amplificato i timori di lunga data sull’erosione dell’indipendenza della banca centrale. Oltre all’ampliamento statutario del suo mandato, le preoccupazioni istituzionali sono state aggravate all’inizio di quest’anno dai cambiamenti nel consiglio dei governatori della banca centrale, tra cui la nomina di figure strettamente legate alla coalizione di governo.

I mercati finanziari globali detestano l’opacità e la pervasività politica. Se il confine tra populismo fiscale e prudenza monetaria venisse definitivamente infranto, l’Indonesia rischierebbe di perdere la credibilità macroeconomica costruita in decenni di riforme strutturali post-1998. Le lezioni della crisi finanziaria asiatica dimostrano chiaramente che la subordinazione della banca centrale tende a sfociare in crisi valutarie e prolungata stagnazione economica.

La scelta del prossimo governatore della banca centrale determinerà se la politica monetaria rimarrà uno scudo affidabile per la stabilità macroeconomica o diventerà uno strumento di opportunismo politico.

Lucia Giannini

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