INDIA. La dipendenza dalla Cina, blocca le velleità di Nuova Delhi

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I nuovi scontri al confine tra India e Cina hanno scatenato un dibattito a New Delhi sia sulla sicurezza ma anche sul commercio, evidenziando la forte dipendenza e il crescente deficit indiano nei confronti del suo vicino.

All’indomani dello scontro di metà dicembre tra soldati indiani e cinesi nel settore di Tawang, nell’Arunachal Pradesh, politici e industriali hanno rinnovato l’invito a ridurre gli affari con la seconda economia mondiale. Il primo Ministro di Delhi, Arvind Kejriwal, del partito di opposizione Aam Aadmi Party, si è spinto a chiedere su Twitter: “Perché non fermiamo il nostro commercio con la Cina?”, riporta Nikkei.

Quattro giorni dopo, la Camera del Commercio e dell’Industria ha scritto al ministro del Commercio dell’Unione Piyush Goyal per chiedere l’obbligo di apporre l’etichetta del “Paese d’origine” sugli articoli importati, in modo che i consumatori possano prendere decisioni informate.

Nel quadro di una spinta alla diversificazione delle catene di approvvigionamento, Narendra Modi ha cercato di posizionare il Paese come un’alternativa affidabile per l’Occidente. Ma le cifre sottolineano quanto l’India faccia affidamento sulla Cina stessa. Nonostante anni di rapporti freddi gli scambi commerciali hanno raggiunto livelli record in modo sbilanciato. Le esportazioni cinesi verso l’India nel periodo gennaio-novembre 2022 sono aumentate del 24% circa, raggiungendo i 108,6 miliardi di dollari, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo i dati cinesi. Nel frattempo, le esportazioni indiane verso la Cina sono scese del 38% a 16,2 miliardi di dollari.

Nei primi 11 mesi dell’anno, l’India ha registrato un deficit commerciale record di 92,4 miliardi di dollari con la Cina, il più grande di tutti i partner.

Il governo Modi sta investendo miliardi di dollari in incentivi legati alla produzione per incoraggiare l’industria manifatturiera indiana. Ma per rimanere economicamente redditizie, le aziende spesso si riforniscono di materiale dalla Cina.

Avviati pochi mesi dopo lo scontro di Galwan nel 2020, i programmi indiani di incentivi legati alla produzione sovvenzionano la vendita di prodotti di base in settori critici come gli ingredienti farmaceutici attivi, i pannelli solari e i prodotti elettronici. Ma finora hanno mostrato solo un successo marginale.

Ma molti analisti hanno affermato che, sebbene i commercianti possano effettivamente sostituire le importazioni dalla Cina con quelle di altri Paesi, ciò sarebbe controproducente.

Uno dei motivi del deficit commerciale con la Cina è che le esportazioni indiane sono in gran parte costituite da beni primari come minerali di ferro, rame, alluminio e gemme. Queste sono messe in ombra dalle esportazioni cinesi di macchinari, apparecchiature per le telecomunicazioni ed elettronica, spiega l’Ambasciata indiana in Cina sul suo sito web.

Un’altra ragione, secondo gli esperti, è la mancanza di accesso al mercato che la Cina consente alle esportazioni indiane più competitive, come quelle di prodotti farmaceutici e software informatici. Secondo un rapporto del 2019 del Pharmaceuticals Export Promotion Council of India, per ottenere l’approvazione dei prodotti farmaceutici possono essere necessari dai tre ai cinque anni in Cina, mentre il tempo normale è di circa un anno.

In una situazione di stallo per le tensioni commerciali e gli scontri di confine, l’India ha cercato di liberalizzare ulteriormente la propria economia. Ha concluso accordi di libero scambio o avviato negoziati per incrementare gli scambi commerciali. Un accordo con gli Emirati Arabi Uniti è entrato in vigore nel maggio 2022, mentre un altro con l’Australia è entrato in vigore il 29 dicembre.

Nuova Delhi ha anche intrapreso alcune riforme economiche per stimolare il settore manifatturiero.

La “macchina” deve però ancora essere avviata nel modo corretto. 

Tommaso Dal Passo

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