INDIA. Autonomia strategica a rischio: Nuova Delhi è senza materie prime 

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Stati Uniti e Cina hanno firmato l’Accordo di Londra qualche giorno fa per porre fine alla loro tesa situazione di stallo commerciale. La strategia del presidente statunitense Donald Trump di aumentare i dazi per esercitare pressione sulla Cina è stata controbilanciata dalle misure di ritorsione di Pechino, un insieme eterogeneo di controdazi e “controlli sulle esportazioni” di minerali essenziali per l’energia solare, le turbine eoliche, le automobili, gli aerei e i semiconduttori, nonché per l’industria militare.

La dimostrazione della leva economica cinese solleva complesse preoccupazioni sulla vulnerabilità dell’India a simili tattiche cinesi in caso di un’acuirsi della tensione geopolitica sino-indiana, riporta AT.

Le ambizioni dell’India di diventare una potenza manifatturiera high-tech, leader nella transizione verso le energie rinnovabili e, in definitiva, la più grande economia mondiale, si trovano in una fase critica. Si basano precariamente su un fattore spesso trascurato: l’accesso e la sicurezza dell’India alle Materie Prime Critiche, MPC.

Mentre Nuova Delhi articola grandi visioni di un’India autosufficiente, per il futuro, la realtà della sua dipendenza dalle MPC e il filo teso geopolitico che di conseguenza percorre evidenziano un abisso significativo tra le sue aspirazioni e la realtà concreta. 

Gli obiettivi economici e strategici dell’India sono indissolubilmente legati a un approvvigionamento costante e sicuro di MPC. L’ambizione dell’India di diventare un polo manifatturiero di alto valore, e la visione di Narendra Modi di una nazione sviluppata entro il 2047 richiedono enormi quantità di litio, cobalto, terre rare e altri minerali, nerbo dell’industria moderna.

La dura realtà è diversa: le riserve nazionali indiane di molti minerali essenziali sono trascurabili o commercialmente impraticabili. Di conseguenza, l’India si trova in una posizione precaria, importando il 100% del suo litio, cobalto, nichel, vanadio, niobio, germanio, renio, berillio, tantalio e stronzio. Per le terre rare e il litio, la Cina da sola rappresenta il 50-60% delle importazioni indiane.

Questa dipendenza non rappresenta solo un inconveniente economico, ma una profonda vulnerabilità strategica. Un’interruzione dell’approvvigionamento di questi minerali potrebbe paralizzare la fiorente industria indiana dei veicoli elettrici, ritardare il suo ambizioso obiettivo di 500 gigawatt di energia da combustibili non fossili entro il 2030 e ostacolare le sue iniziative “Make in India” e “Digital India”.

Il quasi monopolio della Cina sulla catena di approvvigionamento globale di MPC getta una lunga e minacciosa ombra sulle aspirazioni dell’India; significa che la sua grandiosa visione di diventare un paese sviluppato entro il 2047 non è solo una sfida interna, ma può essere attivamente ostacolata dal suo vicino settentrionale: la Cina. 

Con la prospettiva di un’era di “pressione tariffaria” costante, esiste un rischio tangibile che il governo Modi possa soccombere ancora una volta all’influenza esterna, ripetendo uno schema di allineamento conflittuale che privilegia la sicurezza percepita a breve termine e la speranza di un accesso indiano al mercato americano rispetto alla stabilità a lungo termine delle sue complesse relazioni, in particolare con il suo potente vicino settentrionale.

Questa persistente suscettibilità alle pressioni esterne mina fondamentalmente le rivendicazioni di autonomia strategica dell’India, rivelando la sua politica estera come reattiva piuttosto che realmente indipendente.

La potenza finanziaria e la competenza tecnologica della Cina le consentono di superare l’India nella corsa globale alle risorse: con oltre 3,29 trilioni di dollari di riserve valutarie, la Cina può finanziare unilateralmente progetti minerari su larga scala in Africa, America Latina e Australia, garantendosi forniture minerarie a lungo termine.

L’India, alle prese con deficit della bilancia dei pagamenti e riserve valutarie limitate, pari a circa 696 miliardi di dollari nel 2024, fatica a eguagliare la capacità di investimento della Cina. Questa disparità finanziaria costringe l’India a fare affidamento su partnership e joint venture straniere per il finanziamento, mentre la Cina può agire con maggiore indipendenza.

Il divario tecnologico-finanziario, unito alla carenza di geologi, ingegneri minerari, metallurgisti e minatori qualificati, costringe l’India a importare minerali raffinati e a fare affidamento su competenze tecniche straniere, consolidando ulteriormente la propria dipendenza.

Senza uno sforzo concertato per colmare queste carenze finanziarie, tecnologiche e di talenti, l’ambizione dell’India di raggiungere la Cina entro il 2047 rimane un sogno lontano.

Nei forum della SCO e dei BRICS, la posizione filoamericana percepita dall’India, in particolare la sua recente posizione filo-israeliana nel conflitto Israele-Iran, crea attriti e solleva dubbi sul suo impegno per un’azione collettiva.

Tali allineamenti possono provocare contromisure da parte di Cina e Russia, con un potenziale impatto sull’accesso dell’India ai MPC o minandone l’influenza all’interno di questi gruppi non occidentali.

Luigi Medici 

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