Il rischio di un autunno arabo

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TUNISIA – EGITTO. Pochi mesi dopo che l’Islam politico è salito al potere, l’Egitto e la Tunisia stanno per cadere nel baratro della guerra civile. Questo dato dovrebbe far riflettere molto sul senso da dare ai cambiamenti incorsi sulle coste mediterranee del continente africano.

A ben guardare, non è stato l’Islam politico a gettare le basi delle rivoluzioni popolari. Anche a volersi concentrarsi principalmente sull’Egitto più che in Tunisia, viene fuori che l’Islam politico in entrambi i paesi ha perso l’elemento che più lo caratterizzava: la sua innocenza politica.
L’islam politico non può più sostenere che i popoli che hanno sperimentato altri regimi non hanno raccolto nulla, tranne oppressione e povertà; non potranno più dire che poiché l’Islam politico è legato alle dottrine islamiche di giustizia, carità e uguaglianza, è adatto ipso facto a governare facendo gli interessi del popolo e garantendo loro un futuro migliore.
In primo luogo, dobbiamo riconoscere che l’Islam politico, vittorioso in Egitto e Tunisia, non è stato all’altezza delle aspirazioni di cambiamento delle rivoluzioni che chiedevano libertà, democrazia, giustizia e rispetto della dignità umana. Ora, dopo il primo periodo di governo, tutti possono vedere che il loro dominio non appare molto diverso da quello usato dal regime precedente. L’unica differenza visibile sta nella religiosità e nelle forme religiose della nuova struttura di potere. Addirittura contravvenendo a quanto promesso in campagna elettorale e a quanto prevede la legge islamica, non appena è comparsa una possibilità di guadagno politico, hanno permesso che venissero posti interessi sui prestiti.
Di fatto i partiti islamici non sono stati conformi con l’ortodossia islamica e le sue disposizioni di cui hanno riempito la loro azione politica. Di fronte alle scene delle nuove proteste, sembrava che fossero ancora in vita i vecchi regimi e che le vittime di ieri avessero iniziato a comportarsi come i precedenti governi, prendendone i peggiori vizi: illiberalità e corruzione. Il dubbio ora è: sono i partiti islamici che hanno perso il contatto con le rivoluzioni popolari o hanno perso interesse nel raggiungere i loro obiettivi. Era naturale che i loro alleati “politici” avrebbero chiesto di condividere i benefici della vittoria, ad esempio quando i salafiti hanno chiesto e ottenuto la liberazione immediata dei compagni condannati, o ad anni di al carcere o a morte per terrorismo.
Da queste prime azioni scaturisce un nuovo motivo di preoccupazione sul futuro dei movimenti politici dell’Islam, e per quei paesi che governano: le pretese politiche e i possibili disastri sociali ed economici che simili atteggiamenti possono portare all’interno delle rispettive società. A questi partiti va però riconosciuto un fatto: la loro schiettezza politica e di azione, specialmente se paragonati con altri partiti islamici al potere, come in Egitto, che hanno fatto ostruzionismo fino al punto di risultare estremamente ipocriti. Questo ha portato a una crisi nei pressi all’interno del campo politico islamista.
I governi dei Fratelli Musulmani in Egitto e di Ennahda in Tunisia si sono rapidamente trasformati in esperimenti falliti dell’Islam politico “radicale”. Per questo, non deve essere una sorpresa che la popolarità dell’Islam politico sia in calo.
Le crisi politiche che attanagliano l’Egitto e la Tunisia derivano dal fatto che i popoli che hanno abbattuto i regimi “tirannici”, pur senza essere in grado di eliminare il sistema di corruzione e tirannia, rischiano di essere “ingannati” alle urne, o peggio, di cadere in una trappola politica una volta svoltesi le elezioni. In pratica si rischierebbe di sostituire ai loro vecchi tiranni dei nuovi, ma con una sfumatura in più: quella dell’Islam, ma con la contraddizione resterebbe, le azioni politiche di queste formazioni politiche “islamiche” continuano a sfidare gli insegnamenti e le pratiche di questa grande religione.
Celebrazioni della democrazia a parte, coloro che sanno rendersi conto che le elezioni sono solo una parte della democrazia, comprendono il rischio: sono la componente sociale più visibile di una struttura integratache comprende i valori di libertà, i tribunali e le istituzioni che la garantiscono, la giustizia e l’uguaglianza. Pertanto, nell’assenza o nella debolezza di questa struttura essenziale della democrazia, le elezioni, che possono essere facilmente manipolate, possono essere utilizzate per legittimare un regime autoritario o addirittura anche un’occupazione straniera.
Nel periodo di transizione dopo la prima ondata della grande rivoluzione popolare del gennaio 2011, i referendum e le elezioni, almeno in Egitto, sono stati condotti in un modo non democratico: tangenti, e intimidazioni e frodi hanno coinvolto molti politici “religiosi”; per alcuni islamisti ultra-radicali si trattava addirittura di “invadere” le urne, come se si trattasse di uno scontro militare in cui erano ammessi tutti i metodi, illeciti compresi.
Secondo questa mentalità, chi ha perso le elezioni dovrebbe semplicemente tacere e accettare di essere dominato da chi ha vinto fino alla prossima “invasione”. In Egitto, ad esempio, l’Islam politico è determinato a controllare i media e intimidire quegli intellettuali e giornalisti che non sono a favore del loro governo e che criticano le azioni governative “nell’esercizio delle loro funzioni sociali”. Questo dato di fatto ovviamente non significa che l’opposizione sia priva di difetti.
Sono ormai passati due anni dall’inizio della primavera araba, in cui due sono state per lo più civili e pacifiche (Tunisia ed Egitto); due sanguinose e violente (Libia e Siria), e una ha unito entrambi gli aspetti (Yemen). Tutte oggi sono in difficoltà.
Capire la crisi, può impedire che Tunisia ed Egitto si trasformino in esempi delle seconda categoria succitata (quella di Libia e Siria).
Il problema è questo: In che modo le élite politiche in Tunisia ed Egitto possono evitare di trasformare la battaglia politica, naturale in una società liberata dalla tirannia, in uno scontro di civiltà all’interno della stessa società? In altre parole, come si può affrontare l’incompatibilità assoluta tra modernizzatori e fondamentalisti?
Lo scambio di accuse tra le due parti indica che le élite sono ancora parte del conflitto tra “modernizzatori tirannici”, che hanno costretto l’élite laica a cercare la protezione dei militari, da un lato, e i “fondamentalisti tirannici” che hanno costretto l’élite fondamentalista a cercare la protezione delle fazioni religiose radicali dall’altro.
Eppure un punto comune tra le due élite esiste ed è l’ideologia che impiega il potere dello Stato per predicare meglio il proprio credo, in lotta con l’altro. Abbiamo da un lato un estremismo fondamentalista laico che cerca di imporre il laicismo con la forza, dall’altro un fondamentalismo religioso estremista che cerca di imporre la religione con la forza. fino ad ora nessuna delle due parti ha riconosciuto questo fatto, dopo la rivoluzione traducendo lo scontro politico in una sorta di scontro di civiltà, vicino ad una guerra civile, a fasi alterne di caldo e freddo. Entrambe nascondono la natura della crisi attraverso i propri slogan. L’incompatibilità tra i due modelli di società e di civiltà si presenta come rivoluzione e contro-rivoluzione, due opposti incompatibili, idem per legittimità e illegittimità elettorale.
Ma in realtà si tratta di aspetti complementari per raggiungere al meglio gli obiettivi posti dalla rivoluzione: liberare i due paesi (Egitto e Tunisia) dalla tirannia e la corruzione attraverso una democrazia compiuta.
Pietra di paragone è la Siria. Per capire quello che è successo dobbiamo chiederci perché le rivoluzioni tunisina ed egiziana sono state diverse da quella della Siria.
Se quanti vengono oggi accusati di essere “residui” del regime (circa il 49% d’Egitto, e circa lo stesso in Tunisia) lo fossero veramente stati, avrebbero fatto tutto il possibile per preservare i regimi e portare il paese in una guerra civile. Questo fatto non è avvenuto allora. Rischia di avvenire ora.