
La giunta della Guinea ha sciolto 40 partiti politici, inclusi i tre principali gruppi di opposizione, con un decreto emanato a tarda notte fra il 06 e 07 marzo, nell’ultima stretta sulle libertà civili sotto la guida del suo uomo forte, Mamady Doumbouya. Lo scioglimento segna una significativa escalation nella repressione della società civile e dell’opposizione politica, consolidando ulteriormente il potere nelle mani del governo militare. La mossa ha suscitato preoccupazione tra gli osservatori locali e internazionali sul futuro della democrazia in Guinea, rappresenta un’ulteriore erosione dello spazio democratico nel Paese. Questa azione potrebbe aumentare le tensioni politiche e la resistenza tra i gruppi di opposizione, complicando il panorama della governance guineana.
Il presidente Mamady Doumbouya, 41 anni, ex comandante delle forze speciali, salito al potere con un colpo di stato del 2021 rovesciando Condé – il primo presidente della Guinea liberamente eletto –, ha vinto, con un risultato contestato, un mandato presidenziale di sette anni a dicembre 2025 come conseguenza di una votazione in cui gli sfidanti principali dell’opposizione sono stati esclusi dalla corsa elettorale. Lo scorso settembre era stata approvata con un referendum anche la nuova costituzione della Guinea, che ha permesso ai membri della giunta, tra cui Doumbouya, di candidarsi alle elezioni e ha prolungato il mandato presidenziale da cinque a sette anni, rinnovabile una sola volta. Come leader della giunta, ha governato la Guinea con il pugno di ferro, reprimendo le libertà e vietando le proteste. Gli oppositori politici sono stati arrestati, processati o costretti all’esilio, mentre sparizioni forzate e rapimenti si sono moltiplicati.
Entrando nel dettaglio della vicenda, il Ministro dell’Amministrazione territoriale e del decentramento della Guinea ha ordinato lo scioglimento dei partiti per “inadempimento dei loro obblighi” – tra cui la presentazione dei bilanci obbligatori – e la chiusura delle sedi centrali e degli uffici locali. Il decreto ha anche privato i partiti del controllo dei loro beni. Questo scioglimento comporta l’immediata perdita della personalità giuridica e dello status dei partiti interessati, si legge nell’ordinanza. Ciò include tutte le attività politiche e l’uso di acronimi, loghi ed emblemi associati ai gruppi, ha aggiunto. I beni dei partiti sono stati posti sotto “sequestro” e un curatore è stato nominato per supervisionarne il trasferimento, si legge nel decreto, senza specificare a chi o a quale entità. Tra i partiti sciolti figurano i tre principali partiti politici della Guinea: l’Unione delle Forze Democratiche della Guinea (UFDG), guidato dal suo leader in esilio ed ex primo ministro Cellou Dalein Diallo, il Raggruppamento del Popolo di Guinea (RPG), legato all’ex presidente in esilio Alpha Condé, e l’Unione delle Forze Repubblicane (UFR).
La decisione da parte della giunta sottolinea la fragilità del panorama politico della Guinea e il potenziale di disordini ed ha scatenato l’indignazione dell’opposizione. Infatti, il principale leader dell’opposizione guineana Diallo ha chiesto una “resistenza diretta” contro le autorità al potere, sottolineando la gravità della situazione. Lo stesso, sui social media, ha affermato che il decreto dimostra che è stata dichiarata guerra apertamente a coloro che sfidano il Presidente Doumbouya e che il cambiamento politico non avverrà attraverso il dialogo o i processi democratici.
I partiti e i movimenti della società civile hanno condannato lo scioglimento, definendolo dittatoriale ed una severa repressione del pluralismo. L’opposizione teme un’escalation della repressione e la mancanza di dialogo per affrontare le controversie, mettendo a rischio la stabilità politica del paese. Questo consolidamento del potere da parte del golpista diventato presidente solleva interrogativi sul futuro della democrazia nel Paese. Souleymane de Souza Konate, coordinatore della comunicazione dell’UFDG, ha affermato che tutte le linee rosse sono state superate nell’atto finale di una vera e propria farsa politica il cui obiettivo è l’istituzione di uno Stato monopartitico. Ibrahima Diallo, leader del Fronte Nazionale per la Difesa della Costituzione (FNDC), partito filo-democratico, ha affermato che la mossa ha formalizzato una dittatura ormai consolidata come modello di governo. Anche Jean-Marc Telliano, ex ministro e presidente del Raggruppamento per lo Sviluppo Integrato della Guinea, ha criticato la decisione. Reuters lo ha citato, affermando che il suo partito si batterà per far valere i propri diritti e farà uso di tutti i mezzi legali per far sì che i loro diritti siano ripristinati.
Lo scioglimento dei partiti arriva due mesi prima delle elezioni legislative, previste per maggio, un altro passo importante nella transizione dal governo militare a quello “civile”, nella nazione dell’Africa occidentale, ricca di bauxite e minerali di ferro. La scelta della Guinea segue una decisione simile in Burkina Faso, dove le autorità hanno messo al bando tutti i partiti politici il 29 gennaio, mentre la giunta cercava di consolidare il potere nella nazione che anch’essa ha vissuto il colpo di stato. Nel mentre, però, la Guinea istituisce il Consiglio Nazionale per lo Sviluppo (GDB) per stimolare l’economia, attrarre investimenti e innovazione.
Il GDB unirà anche diverse istituzioni con mandati correlati, trasferendo tutte le loro attività e quelle di qualsiasi altro ente che persegua obiettivi simili al nuovo consiglio, secondo quanto riportato dai media guineani, in una mossa che può essere vista, allo stesso tempo, come accentratrice per supervisionare ed avere maggior controllo sull’operato da parte delle autorità. Tra queste figurano: l’Agenzia per la Promozione degli Investimenti Privati; l’Ufficio Nazionale del Turismo; l’Ufficio Nazionale per il Tempo Libero; l’Agenzia Guineana per la Promozione delle Esportazioni; l’Agenzia per la Gestione dei Parchi Industriali; l’Autorità per lo Sviluppo e l’Amministrazione delle Zone Economiche Speciali; l’Organismo Nazionale di Coordinamento del Marchio della Guinea.
Paolo Romano
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