GUERRADELGAS: NOMISMA: l’Italia non può rinunciare al gas russo

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Davide Tabarelli, presidente della società di analisi italiana Nomisma Energia, ha affermato che l’Italia non potrà fare a meno del gas russo quest’inverno. «Abbiamo ricevuto 29 miliardi di metri cubi dalla Federazione Russa all’anno su un volume totale di 77 miliardi. Le misure di risparmio ridurranno i consumi di 3 miliardi, e questa è una stima ottimistica».

E poi ha continuato: “Con l’attuale riduzione delle importazioni dal 40% al 18%, c’è già una carenza, abbiamo leggermente aumentato le forniture dall’Algeria, dall’Azerbaigian e dagli Stati Uniti. Il problema sorgerà quest’inverno, quando ci saranno picchi di consumo, rimarremo al freddo senza gas russo. L’Italia non può fare a meno del gas russo”, ha detto il numero uno di Nomisma.

Non la pensa allo stesso modo, il ministro per l’Energia, Roberto Cingolani che ha pubblicato il: “Piano Nazionale di Contenimento dei Consumi, di gas Naturale, di 15 pagine il 6 settembre. 

Il piano sostanzialmente consta in due parti: assicurare un elevato grado di riempimento degli stoccaggi per l’inverno 2022-2023; diversificare rapidamente la provenienza del gas importato, massimizzando l’utilizzo delle infrastrutture disponibili e aumentando contestualmente la capacità nazionale di rigassificazione di GNL. 

Sul secondo punto, in modo particolare, ci sono molti nodi da sciogliere. Primo l’Italia non ha sufficienti infrastrutture adatte per la rigassificazione; quelle in funzione sono due/tre: Panigaglia a La Spezia; a Livorno; Porto Viro a Rovigo. Secondo la testata Wired:  «La struttura di Panigaglia è la prima mai realizzata in Italia ed è di proprietà di Snam. Il rigassificatore galleggiante di Livorno è invece di proprietà della Olt offshore Lng Toscana, attivato per la prima volta nel 2013. Si tratta di una nave ancorata in modo permanente al fondale e collegata alla costa con un gasdotto. Infine il rigassificatore di Porto Viro è un’isola artificiale, realizzata nel 2009 è gestita dalla società Terminale Gnl Adriatico, una joint venture composta dalla statunitense Exxon mobil, Qatar petroleum e Snam». 

Altre strutture non ci sono e il governo intende installare due nuove navi al largo di Ravenna e di Piombino la seconda ha visto al momento dell’annuncio in estate le proteste degli abitanti sostenuti politicamente da Fratelli di Italia che hanno bocciato l’iniziativa. Ricordiamo che Fratelli d’Italia è, attualmente, secondo i sondaggi, il partito vincitore della prossima tornata elettorale, difficile pensare che scontenteranno gli elettori. 

Se anche queste due navi dovessero essere messe in cantiere e mettere d’accordo gli animi politici, di certo non entrerebbero in funzione per l’inverno 2022-2023; e nemmeno per l’anno successivo. 

Secondo gli esperti del settore, per riadattare una nave che trasporta Gnl in un impianto galleggiante, ci vuole molto tempo: per un rigassificatore sulla costa ci vogliono tre anni a essere bravi. Per riadattare una nave meno, un paio di anni a meno di avere velocemente i permessi. E stiamo parlando solo di burocrazia italiana. 

Ci sono poi altri problemi che vanno considerati: i tempi di lavorazione, per trasformare il gas liquido in “rigassificato” per una nave da 150.000 metri cubi, si stimano sei giorni di lavoro. 

E infine non si possono trascurare i costi. Per la Gola Tundra  si sono spesi 350 milioni di dollari. La nave di stoccaggio e rigassificazione è stata costruita nel 2015, l’imbarcazione può operare sia come nave metaniera per il trasporto del gas naturale liquefatto (Gnl) sia come rigassificatore galleggiante (Fsru). Chi pagherà i costi delle infrastrutture? 

Più sereno il destino del rigassificatore di Ravenna previsto in funzione nel 2024 di proprietà di Snam la nave, la BW Singapore, riporta sempre Wired, acquistata da Snam all’inizio di luglio, possiede una capacità di rigassificazione continua di circa 5 miliardi di metri cubi, che è equivalente a circa un sesto della quantità di gas naturale importato dalla Russia, e uno stoccaggio di 170mila metri cubi di gas naturale liquefatto. 

Sempre da Wired apprendiamo che: «Oltre alle due navi, il governo intende creare due nuovi rigassificatori a terra. Il primo a Porto Empedocle, nella provincia siciliana di Agrigento. Il progetto, gestito dal gruppo Enel, era stato fermato circa sette anni fa, ma il finanziamento per la sua realizzazione è stato sbloccato ad aprile 2022. Inoltre, a fine marzo è stato anche approvato il progetto per un nuovo rigassificatore a terra, a Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, gestito da Sorgenia e Iren. Al di là di questi progetti, si dibatte anche di un rigassificatore progettato da Edison nell’area portuale di Oristano, mentre due navi potrebbero essere installate a Portovesme, in provincia di Carbonia-Iglesias, e a Porto Torres, in provincia di Sassari». Nessuno ha spiegato però da dove arriveranno i soldi per dare vita a queste infrastrutture e nessuno ha spiegato chi si occuperà della sicurezza degli impianti vista la difficoltà di trasformazione dallo stato liquido a gassoso. La sua temperatura critica, al disopra della quale il metano non può essere liquefatto, è di –82 ºC e la pressione richiesta per liquefarlo a tale temperatura è di 45,8 atm. In tutto il mondo esistono 162 rigassificatori operativi – di cui 35 in Giappone, il paese a maggior rischio sismico – e 8 in fase di realizzazione . Segno che forse non sono proprio la soluzione migliore. 

Se anche l’Italia, il paese dei miracoli, riuscisse a dare vita alle infrastrutture da dove arriverebbe il gas? Quelle che possono fornircelo subito perché hanno infrastrutture sono Algeria, e Qatar. Il primo è di pessima qualità il secondo è opzionato anche da altri paesi come ci hanno ricordato dal Qatar più volte.

In questi giorni molte le parole spese in favore dell’accordo UE – Azerbaijan, per TANAP e TAP.  L’Italia è collegata a TAP, il tratto Azerbaijan – Italia è stato completato nel 2020, 870 chilometri di gasdotto che passano in Grecia e Albania fino alla Puglia. Forniranno all’Italia il 10 % del gas consumato.  Una goccia nel mare. Non solo, Shah Deniz, nel Mar Caspio terminale di partenza del gas liquido ha posto sin a subito problemi nell’estrazione, richiede spesso interventi di manutenzione, l’ultimo svolto da BP che ne ha la gestione del progetto, per cui  a luglio gli impianti sono stati chiusi 14 giorni. 

Per quanto concerne ENI e Snam e le nuove rotte, prepariamo i fazzoletti di carta: dall’Egitto mancano completamente le infrastrutture, nemmeno in Egitto ci sono, quindi non ci saranno metri cubi di gas per l’Italia per il biennio a venire; per il Qatar vale quanto detto quando abbiamo parlato di rigassificatori;  passiamo alla Repubblica del Congo anche qui arriverà il GNL che va rigassificato e comunque non c’è una data di inizio fornitura perché le infrastrutture non ci sono; In Angola, il gas è in quantità limitata anche se il paese è ricco di petrolio;  la Nigeria potrebbe essere un ottimo fornitore di gas. Daesh non è arrivato nelle aree di estrazione ma anche il gasdotto nigeriano però presenta criticità visto che dovrebbe portare il gas dalla Nigeria fino all’Algeria, attraversando aree in cui ci sono diversi gruppi terroristici: Daesh, al Qaeda e altre bande criminali locali. Inoltre il gasdotto nigeriano è nella penna dei legislatori da oltre 20 anni ma non si è mai passati alla costruzione del gasdotto. 

Dal Mozambico non arriverà nulla, visto che le aree di estrazione, raffinazione sono letteralmente infestate da Daesh. Motivo per cui è stata messa in piedi una operazione a firma europea che quintuplica il sostegno finanziario per una missione militare africana in Mozambico. Sono in preparazione 15 milioni di euro fino al 2024. Data che fa capire che dal Mozambico non arriverà nulla. Il gas Indonesiano, oltre a non aver infrastrutture pronte per l’Europa al momento è assorbito dall’Australia. 

La Libia è un contesto a parte e comunque più di 8 miliardi di metri cubi all’anno non arriveranno. L’unica cosa che si può fare è stabilizzare gli arrivi che spesso latitano per via degli attacchi delle milizie libiche agli impianti estrattivi e di raffinazione. Attualmente il tutto funziona per l’accordo in vigore tra il primo Ministro Dabaiba sostenuto dalla Turchia, e il generale Haftar che non ha mai nascosto i suoi legami con la Russia. Accordo che potrebbe saltare in ogni momento, visto il contesto politico libico. 

Per quanto riguarda i numeri dati dal ministero, quello che i cittadini potranno farci è giocarli al lotto, visto quello che è stato scritto in precedenza. 

Se tutto andasse perfettamente, il gas promesso nel documento da: Egitto, Algeria, Angola, Nigeria, Libia, Mozambico, Repubblica del Congo, Qatar, Indonesia a pieno regime arriverebbe nel 2025 e solo per un totale di 24.6 miliardi di metri cubi di gas.  E per arrivare alle 77 miliardi di metri cubi ne mancano ancora molti. 

Stendiamo un velo pietoso su come reperire energia alternativa, visto che non esistono in Italia impianti di livello per le biomasse, etc. etc.

E arriviamo alla fine del rapporto quando si parla di bonus Italia per il gas: «In caso invece di allerta UE, l’Italia si trova nella condizione di poter far valere il “bonus” che limita gli obblighi di riduzione dei consumi previsti dall’articolo 5, comma 5, del Regolamento, “premiando” gli Stati membri con un grado di riempimento dei propri stoccaggi superiore alla data del 1° agosto 2022 al livello, stabilito dal Regolamento (UE) 2017/1938, in misura pari al 58%”. Nel caso di “Allerta UE”, l’Italia ritiene di avere diritto a usufruire della deroga prevista dall’articolo 5, comma 7, del Regolamento, data la situazione delle sue capacità di trasporto ai punti di interconnessione». «In particolareı,  continua il rapporto «l’Italia rientra pienamente nella possibilità di limitare la riduzione obbligatoria della domanda dell’8% rispetto al 15% previsto dall’art. 5.7 del Regolamento. Pertanto, in caso di “Allerta UE”, il sistema italiano del gas ha i requisiti previsti per ottenere una riduzione al 7% del tetto ai consumi storici. Pertanto, l’obiettivo di riduzione del 7%, in caso di “Allerta UE”, comporta che l’Italia sarebbe chiamata a effettuare una riduzione dei propri consumi di 3,6 miliardi di Smc di gas naturale».

Sostanzialmente dopo tutto l’allarmismo arrivato sui giornali l’Italia deve ridurre i consumi solo, si fa per dire di una cifra sopra il 7%. 

Resta comunque il fatto che la diversificazione secondo il Ministro Cingolani porterà in pancia, nel secondo semestre 2022, e anche su questi numeri ci sono troppi dubbi, 7.5 miliardi di metri cubi di gas, ben lontano da un ipotetico consumo di circa 40 miliardi di metri cubi di gas, visto che annualmente  il volume è di 77 miliardi, e, nonostante i volumi di stoccaggio comuni nell’UE, se la matematica non è un opinione al fabbisogno del paese mancano molti miliardi di metri cubi che per ora può darci solo Mosca con buona pace di Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e Ucraina. 

Che cosa il Belpaese e l’Europa saranno in grado di fare per staccare la spina da Mosca da qui a cinque anni è un’altra storia ma per il biennio prossimo dobbiamo rifarci a quanto dice NOMISMA: non possiamo rifiutare il gas russo. 

Redazione