GUERRA FUTURA. Per un’ontologia occidentale della guerra cognitiva

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La guerra cognitiva è una forma di conflitto volta a influenzare il modo in cui le persone pensano e agiscono, destabilizzando il fondamento stesso delle istituzioni e della sicurezza dell’avversario.

A differenza della guerra dell’informazione, che manipola ciò che pensiamo, la guerra cognitiva sconvolge il modo in cui pensiamo, la razionalità stessa. Utilizza neuroscienze, analisi dei dati e strategie basate su algoritmi per ottenere un vantaggio strategico. Sviluppare un quadro per contrastare questa minaccia non è solo essenziale; è urgente, riporta DefenseOne. Ne abbiamo scritto parecchie volte da queste colonne.

Su questa scacchiera stanno giocando tutti gli attori geopolitica globali: USA Cina, Russia e così via. I potenziali avversari stanno lavorando per estendere il loro vantaggio in questo dominio relativamente nuovo. 

I pensatori militari cinesi parlano apertamente della ricerca del “dominio biologico” e del “controllo cognitivo”. Dispiegano strategie sofisticate che fondono le loro tradizionali operazioni di informazione con capacità di guerra cognitiva, tutte volte a ottenere vittorie strategiche senza conflitti diretti, come insegna la tradizione di Sun Tsu. Il loro uso integrato di strumenti informatici, neuroscienze e propaganda basata su algoritmi crea un kit di strumenti progettato per seminare dubbi, fratturare la coesione all’interno di società e alleanze ed erodere la posizione strategica degli Stati Uniti, loro avversario primario. 

Nel frattempo, la Russia ha una lunga storia di utilizzo di “misure attive” e disinformazione per interrompere i processi democratici, perfezionando i suoi metodi per incorporare gli strumenti e le tattiche digitali della moderna guerra cognitiva.

Gli strumenti e i metodi della guerra cognitiva non sono limitati al campo di battaglia. I progressi nella neuroscienza stanno informando le applicazioni che influenzano tutto, dalle decisioni militari alle decisioni di acquisto e all’opinione pubblica. L’ecosistema digitale, un tempo visto come uno strumento per la democratizzazione, è stato cooptato per creare polarizzazione, sfiducia e frammentazione sociale. 

Gli studi ora collegano l’uso dei social media con una maggiore polarizzazione politica e ansia, in particolare tra i giovani adulti che sono spesso più esitanti a sostenere le politiche di difesa tradizionali. Poiché molte di queste piattaforme di social media sono controllate da avversari stranieri, le stesse popolazioni da cui le democrazie dipendono per la comunicazione potrebbero contribuire alla loro stessa destabilizzazione.

D’altro canto. sia il Dipartimento della Difesa Usa che la NATO riconoscono che la guerra cognitiva ha profonde implicazioni per le operazioni militari e la sicurezza nazionale. 

E quindi? Come reagire? A detta degli stessi esperti statunitensi, la politica degli Stati Uniti non ha un approccio coerente per rilevare, contrastare e condurre operazioni cognitive. Al Pentagono manca un’ontologia della guerra cognitiva. Il resto dell’Occidente va al traino. 

Un’ontologia del genere organizzerebbe il chi, cosa, dove e come delle operazioni cognitive. Collegherebbe, e in definitiva aiuterebbe a sfruttare, le innovazioni nelle neuroscienze e nella biologia sintetica, la crescita esponenziale delle tecnologie a duplice uso e il ruolo influente delle tecniche aziendali e di marketing basate su algoritmi nel plasmare il comportamento pubblico. 

Con questi schemi organizzativi, si potrebbero progettare strumenti analitici per identificare attori, processi, spazi e risultati chiave. I decisori possono sviluppare controstrategie che neutralizzino le minacce ed esplorino opportunità di vantaggio strategico. Tale quadro dovrebbe includere sia operazioni offensive che difensive, riconoscendo che gli stessi progressi scientifici utilizzati per la difesa possono essere sfruttati anche per l’aggressione cognitiva.

Tutto ciò richiede una cooperazione internazionale. Questa nuova dimensione sta plasmando il carattere futuro della guerra e il modo in cui comprendiamo lo spettro del conflitto.

Come proteggere la privacy e l’autonomia degli individui in un ambiente in cui la manipolazione cognitiva è persistente? Quali sono i confini legali della guerra cognitiva e come può la cooperazione internazionale affrontare questo problema in evoluzione? Inoltre, man mano che le minacce cognitive diventano sempre più sofisticate, come possiamo rafforzare le infrastrutture critiche contro gli attacchi che mescolano elementi tangibili e intangibili nello spazio cognitivo? In definitiva, come garantire che il sistema democratico rimanga sostenibile?

Antonio Albanese

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