GUERRA FUTURA. Occorre ripensare la Convenzione sulle Mine antiuomo? 

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La Convenzione di Ottawa è un trattato internazionale del 1997 che vieta l’uso, la produzione, il commercio e lo stoccaggio delle mine antiuomo, obbligando gli Stati firmatari a distruggere le scorte esistenti e a ripulire le aree minate. L’obiettivo è porre fine alle sofferenze causate dalle mine, che uccidono e feriscono prevalentemente civili innocenti, tra cui molti bambini, e che impediscono lo sviluppo economico e la ricostruzione. 

Suoi principi chiave sono il divieto completo: il trattato vieta completamente l’uso, lo sviluppo, la produzione, l’acquisto, lo stoccaggio e il trasferimento di mine antiuomo; l’obbligo di distruzione, gli Stati firmatari sono obbligati a distruggere tutte le mine antiuomo in loro possesso; assistenza alle vittime, la Convenzione include anche l’obbligo di assistere le vittime delle mine.

Alla convenzione aderiscono al 2025, 164 Stati; non aderenti, sono gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India, Israele, Azerbaijan, tra gli altri. 

In una significativa conferenza internazionale tenutasi recentemente a Zagabria, paese che ha una lunga tragica storia di sminamenti diffusi, esperti militari, responsabili politici e giornalisti provenienti da Europa, Africa e Medio Oriente si sono confrontati per trovare motivi di revisione della Convenzione di Ottawa. Il Trattato dovrebbe evolversi per riflettere la guerra moderna e trovare un giusto equilibrio tra protezione umanitaria, responsabilità morale e diritto delle nazioni a difendere e proteggere i propri confini.

Durante l’evento “Rethinking the Ottawa Convention 2025”, specialisti provenienti da oltre 15 paesi hanno convinuto che il trattato, concepito in un’epoca di ottimismo post-Guerra Fredda, non corrisponde più alla realtà della guerra ibrida, del conflitto asimmetrico, dell’utilizzo di armi autonome, e della rinnovata aggressione territoriale, registrata su diversi scenari globali.

I delegati di Ucraina, Nigeria, Azerbaigian e Mauritania, ad esempio, hanno avvertito che il divieto assoluto del trattato crea una pericolosa asimmetria: gli stati firmatari sono vincolati dai suoi limiti, mentre i paesi “aggressori” sfruttano comunque la libertà di non conformità. La questione riguarda non solo i conflitti della contemporaneità ma anche quelli passati, soprattutto quelli dell’epoca coloniale; la Nigeria ha invocato “la decolonizzazione del disarmo”, chiedendo che le ex potenze coloniali siano ritenute responsabili dei campi minati che hanno lasciato in tutta l’Africa. “Coloro che hanno piantato le mine devono contribuire a rimuoverle”, ha affermato.

I partecipanti hanno proposto un nuovo quadro basato sulla difesa etica, integrando tecnologie moderne, auto-neutralizzanti e mirate alla discriminazione degli obiettivi, sotto una rigorosa supervisione internazionale. Ciò sostituirebbe il divieto cieco con un sistema di responsabilità, trasparenza e difesa responsabile.

La conferenza si è conclusa con un appello a redigere una Dichiarazione di Zagabria all’inizio del 2026, che definisca:

• eccezioni difensive per le nazioni sottoposte a verificata aggressione esterna

• responsabilità e responsabilità finanziaria per la contaminazione da mine coloniali e di guerra

• integrazione di moderne tecnologie di sicurezza, verifica e trasparenza

• impegno costante per lo sminamento e la riabilitazione delle vittime

Descritta dai partecipanti come l’inizio di un secondo momento di Ottawa, la conferenza di Zagabria ha segnato un passo decisivo verso la riorganizzazione di uno dei trattati umanitari più emblematici al mondo, che bilancia moralità, responsabilità e sicurezza difensiva per le realtà del XXI secolo.

A tutto ciò, a nostro avviso, andrebbe aggiunto un primo passo tecnico ma dal grande significato strategico e tattico: l’obbligo per i paesi che hanno creato campi minati di consegnare le mappe degli stessi ad ente terzo, preferibilmente l’ONU, per facilitare l’opera di sminamento e il ritorno quindi ad una vita normale per la popolazione civile, che in fin dei conti è la più colpita dall’utilizzo di queste armi. 

Antonio Albanese

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