
Il prossimo salto di qualità in termini di letalità dipenderà meno dalle sole armi avanzate e più dalle munizioni gestite da software, capaci di adattarsi, scalare e guadagnarsi la fiducia dei comandanti.
La prossima innovazione del Pentagono non sarà semplicemente un missile che vola più lontano o una testata che colpisce più duramente. Sarà un’arma che si adatta in volo, condivide i dati senza soluzione di continuità lungo tutta la catena di fuoco, è scalabile a costi contenuti e si guadagna la fiducia necessaria per essere impiegata senza la presenza di un operatore umano, riporta DefenseScoop.
Dalla famiglia di missili a basso costo dell’Aeronautica Militare alla spinta del Pentagono a schierare 10.000 missili da crociera a basso costo entro tre anni, le forze armate stanno correndo per integrare il software più a fondo nella catena di fuoco. L’imperativo è chiaro: la letalità del futuro richiede volume, velocità e dati che si muovano di pari passo.
Per decenni, la precisione è stata la metrica fondamentale per il fuoco avanzato. Le forze armate statunitensi sono diventate eccezionalmente brave a colpire coordinate precise, ma contro un avversario di pari livello, la precisione è solo il livello minimo.
Questa mentalità tradizionale è stata ripensata durante il convegno Battlespace of the Future negli States.
Per molti relatori, la “letalità adattiva”, che utilizza spolette intelligenti, frammentazione direzionale e testate multiuso in modo che una singola munizione possa adattarsi dinamicamente alle condizioni che incontra è la risposta innovativa. In un conflitto in cui le munizioni sono limitate e il rifornimento è difficile, la flessibilità diventa di per sé una forma di vantaggio strategico. Questo cambiamento di rotta si contrappone alla tentazione dell’industria della difesa di inseguire un’unica, rivoluzionaria innovazione.
Le forze armate americane, infatti, ritengono di non poter fare affidamento su una singola soluzione miracolosa: occorrono diverse tecnologie uniche che si integrano tra loro. Questa fusione tecnologica richiede un mix di sistemi di fascia alta e sofisticati e munizioni a guida autonoma a basso costo, il tutto sincronizzato tramite software robusti, che stanno arrivando direttamente agli operatori sul campo.
L’obiettivo non è l’automazione fine a se stessa, ma la capacità di fornire l’effetto desiderato dal comandante nel preciso momento in cui è necessario. Per raggiungere questo scopo, è indispensabile che sistemi autonomi senza equipaggio, munizioni tradizionali, sistemi ipersonici a lungo raggio e comunicazioni a bassa latenza operino secondo un’unica logica unificata del campo di battaglia.
Questa necessità è particolarmente impellente nell’Indo-Pacifico, dove la geografia stessa diventa un avversario.
Distanze estreme, condizioni meteorologiche avverse e problemi di comunicazione implicano che le formazioni congiunte di Marines, Esercito, Marina, Aeronautica e Forza Spaziale debbano trasferire senza soluzione di continuità gli obiettivi e coordinare le proprie azioni.
In questo contesto, i sistemi autonomi sono vitali. L’ampliamento di queste capacità, tuttavia, si scontra direttamente con due ostacoli ben noti: la rigidità delle procedure di approvvigionamento e i limiti della capacità industriale.
Come si è visto in Ucraina, la proliferazione di tecnologie economiche ed efficienti richiede percorsi di acquisizione rapidi e solide capacità difensive per consentire il fuoco offensivo. Il problema di fondo, ha sostenuto, è sistemico.
Anche la base industriale della difesa si trova ad affrontare una crisi di velocità simile. Alla domanda se l’industria sia pronta a produrre armi avanzate su scala bellica, la risposta degli esperti americani è stata chiara: No.
I colli di bottiglia risiedono in profondità nella catena di approvvigionamento: fornitori unici, lunghi cicli di qualificazione, capacità di risposta limitata in caso di picchi di domanda e rigide politiche di “non cambiamento”. Per sopravvivere a un conflitto in cui il software si evolve rapidamente e le scorte si esauriscono altrettanto velocemente, le forze armate e l’industria devono orientarsi verso soluzioni all’80% piuttosto che attendere sistemi perfetti.
Anche se il Pentagono risolvesse le sue sfide tecniche, di approvvigionamento e di produzione, la barriera finale rimane quella umana. Sebbene le forze armate abbiano un enorme interesse per le armi autonome, i comandanti non si fideranno di un sistema solo perché un ufficio di programma lo approva.
La fiducia deve essere costruita sul campo dalle truppe che utilizzano l’equipaggiamento.
Sebbene massa, intelligenza artificiale e ipersonica siano elementi cruciali del puzzle, il futuro delle armi apparterrà in definitiva alla forza che saprà rendere le proprie armi adattabili, il proprio software resiliente, la propria produzione scalabile e la propria autonomia affidabile, prima che il prossimo conflitto trasformi le lacune in termini di capacità in perdite umane.
Antonio Albanese
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