
Due giorni dopo la conclusione dei World Humanoid Robot Games di Pechino, il quotidiano ufficiale dell’Esercito Popolare di Liberazione cinese ha esortato i ricercatori ad accelerare il trasferimento di queste macchine all’avanguardia dai laboratori ai campi di addestramento militare. Non le hanno definite esperimenti, bensì “combattenti”.
I robot umanoidi non sono più goffe curiosità fantascientifiche: l’hardware è già estremamente avanzato e il software sta progredendo a ritmi senza precedenti, riporta The Conversation.
La Cina dimostra di saper integrare motori, riduttori, sensori, software di controllo, infrastrutture di collaudo e capacità produttiva in un unico sistema industriale integrato. Se per decenni, le principali sfide sono state rappresentate dalla meccanica fisica dei robot umanoidi; oggi, quei problemi meccanici sono stati in gran parte risolti.
Oggi è in corso una vera e propria svolta nel campo del software: i robot vengono addestrati in ambienti di simulazione virtuale, eseguendo milioni di scenari basati sul metodo “tentativi ed errori” tramite l’apprendimento per rinforzo, ancor prima di compiere un solo passo nel mondo reale. L’apprendimento per rinforzo è un ambito dell’intelligenza artificiale (IA) in cui i robot prendono decisioni basandosi sui risultati delle proprie azioni.
Ciò consente loro di imparare a recuperare l’equilibrio dopo un inciampo, adattarsi a terreni irregolari e gestire ambienti caotici in tempo reale. I robot umanoidi stanno rapidamente colmando il divario tra le condizioni controllate di laboratorio e l’imprevedibilità del mondo reale.
Tutto ciò porta a una domanda inevitabile: perché un esercito dovrebbe volere un umanoide complesso e costoso quando potrebbe impiegare droni cingolati o su ruote, molto più economici e robusti? La natura dei conflitti sta cambiando e gli ambienti urbani rivestono un ruolo sempre più importante nelle strategie militari. Le città sono costruite esclusivamente per gli esseri umani. Un robot cingolato non può facilmente salire una scala antincendio verticale, girare la maniglia di una porta standard, passare attraverso una tromba delle scale stretta e piena di macerie o sedersi al posto di guida di un camion di rifornimenti catturato al nemico. I robot umanoidi potrebbero offrire vantaggi rispetto a quelli cingolati negli scenari di guerra urbana.
Di fatto, la recente espansione della robotica umanoide è stata in gran parte avviata dal Darpa Robotics Challenge del governo statunitense, che ha finanziato lo sviluppo di robot bipedi concepiti specificamente per rispondere a disastri come la fusione del nocciolo di Fukushima, dove gli operatori umani non avrebbero potuto sopravvivere.
Il dilemma risiede nel fatto che la tecnologia è indifferente alle intenzioni. Le capacità fondamentali necessarie per muoversi all’interno di un edificio semidistrutto ed estrarre un ferito sono le stesse richieste per penetrare in un edificio e uccidere soldati nemici. Se la tecnologia è pronta per la difesa, lo è anche per l’uso offensivo.
A differenza della tecnologia nucleare o degli aerei stealth, la robotica moderna si basa su framework open source con estrema facilità di sviluppo e “commercializzazione” diffusa. Anche in ambito militare.
Antonio Albanese
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