
L’Amministrazione Trump intende schierare altri 10.000 soldati in Medio Oriente per incrementare il contingente in vista di una possibile invasione dell’Iran. Ad oggi sono 12.500 gli uomini schierati in area operativa.
La USS Tripoli che trasportava 4.000 soldati dalla base statunitense di Okinawa è arrivata in area operativa e altri 3.000 sono stati trasferiti dalla costa occidentale degli Stati Uniti. In totale nell’intera area operativa di Epic Fury dovrebbero esserci, il condizionale è d’obbligo, 50mila soldati USA.
Il Consiglio di Difesa iraniano ha avvertito che “qualsiasi tentativo da parte del nemico di invadere le coste o le isole iraniane comporterà, secondo le normali procedure militari, il minamento di tutti i punti di accesso e le linee di comunicazione nel Golfo Persico e lungo le coste con vari tipi di mine navali, comprese mine galleggianti sganciabili dalla costa; in tal caso, praticamente l’intero Golfo Persico si troverà per lunghi periodi in una situazione simile a quella dello Stretto di Hormuz, e questa volta, oltre allo Stretto di Hormuz, l’intero Golfo Persico sarà di fatto bloccato, e la responsabilità ricadrà su chi minaccia”. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: Hormuz e Bab el Madeb chiusi strozzerebbero di fatto le riserve energetiche dei trequarti del Globo.
C’è molto scetticismo sulla capacità statunitense non solo di conquistare ma anche di mantenere il controllo sul territorio iraniano. Una delle operazioni iniziali sarebbe la presa dell’isola di Kharg con l’impiego di forze speciali. Da Kharg passa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Ma Kharg è il frutto di investimenti cinesi, e quindi striscia di far entrare un’altro attore, oggi nell’ombra, la Cina, nello scacchiere delle operazioni. Stesso discorso varrebbe per un’altra opzione in discussione: la conquista di una o di tutte e quattro le isole dello Stretto di Hormuz, nonché la creazione di una testa di ponte sul territorio iraniano settentrionale.
Per Donald Trump, non c’è rischiosi residenza da parte iraniana. Il 27 marzo, Trump ha ribadito che le operazioni statunitensi hanno “di fatto distrutto l’aeronautica, la marina e la struttura di comando dell’Iran, lasciando il Paese senza una guida e le sue forze armate in gran parte inutilizzabili (…) Ora sono morti al 100%. Avevano 22 mezzi per il lancio di mine. Tutti e 22 sono spariti. Quindi immagino che possano ancora sganciare mine, ma dovranno trasportarle con una barca a remi, perché non hanno più barche. La loro aviazione è morta, totalmente, completamente morta. È fuori servizio, non è rimasto nemmeno un aereo. Le loro capacità antiaeree e di comunicazione sono state completamente smantellate e sono morte. I loro leader sono tutti morti. A parte questo, penso che se la stiano cavando piuttosto bene».
L’ottimismo trumpiano sul crollo dell’esercito iraniano viene contestato da esperti di diverso genere. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha fin da subito attivato la sua Difesa a Mosaico Decentralizzata disperdendo armi e forze, nascondendole in tutto il paese, al riparo dai raid aerei statunitensi. Ma come ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu, occorre scender sul terreno per rivoluzionare la struttura di un paese; controllare l’aria non basta.
Le Guardie Rivoluzionarie stanno combattendo un nuovo tipo, potremmo dire, di guerra asimmetrica. Non solo hanno distrutto obiettivi militari, ma hanno anche colpito pesantemente le economie dei paesi limitrofi. Un modello che data la loro capacità balistica può essere ripetuto con altri obiettivi, anche i più distanti. Il lancio dei missili diretti a Diego Garcia ne è la testimonianza. La portata di quel tipo di missili arriva nel cuore dell’Europa, ad esempio; area in cui le difese antimissile sono tutte da dimostrare, come sa anche Teheran.
Nel frattempo, negli States, il 26 marzo, il generale Leonard F. Anderson IV, comandante delle Forze di Riserva dei Marines e delle Forze dei Marines del Sud, ha scritto una lettera a 35.000 riservisti ordinando loro di tenersi pronti per un possibile rapido dispiegamento: “Il vostro equipaggiamento MARPAT per il deserto (cioè la tenuta da combattimento completa da deserto, nda) è prontamente disponibile? Il vostro equipaggiamento è imballato e pronto per essere preso e spostato, oppure è riposto in un angolo di casa vostra? Le questioni familiari sono in ordine? Quando arriverà la chiamata, la prontezza sarà data per scontata. Non messa in discussione. La vostra prontezza non è una dichiarazione: è un impegno quotidiano. Non si tratta di un esercizio teorico. Le nostre forze sono attualmente impegnate in operazioni legate all’Iran e sono disposte per preservare la stabilità nell’emisfero occidentale. I nostri nemici hanno voce in capitolo e una mobilitazione di massa potrebbe diventare realtà”. La lettera si conclude con una nota manoscritta: “La battaglia è iniziata!”.
Il Pentagono sta valutando l’invio di ulteriori soldati di terra nella regione: Fox News ha affermato che 1.500 soldati dell’82ª Divisione Aviotrasportata sono già stati schierati; la USS Boxer, con a bordo l’11ª Unità di Spedizione dei Marines (2.200 uomini) è partita da San Diego a metà marzo e dovrebbe arrivare a metà aprile. A livello politico, l’Amministrazione USA è passata dal negare l’utilizzo di truppe di terra a inizio operazioni, all’ammissione in diversi gradi della possibile invasione: il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che “il presidente deve essere preparato a molteplici eventualità” e che le forze statunitensi sono a disposizione “per offrire al presidente la massima flessibilità”, che tradotto poi nelle sibilline parole di Trump: potremmo invadere Kharg e tenerci l’isola per un po’.
Per ora stiamo assistendo, come davanti ad uno schermo, allo schieramento dei pezzi sulla scacchiera, incuranti delle conseguenze che uno scenario di guerra potrebbe avere sule vite quotidiane dei paesi dell’area del Golfo. Poche voci si levano nell’agone politico europeo a mettere in guardia il Vecchio Continente sui danni collaterali dell’invasione. “Vivo questa guerra e le sue possibili conseguenze ventiquattr’ore al giorno. Sono costretto a sapere cose che non mi fanno più dormire. Per ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, per gli effetti che avrà sull’economia e sulla nostra vita quotidiana”, afferma il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto in una intervista a La Repubblica. “Trump passerà, come tutti, ma l’Italia, l’Ue, l’Occidente e gli Usa devono rimanere alleati. Ricordatevi che gli Usa possono fare a meno dell’Italia e dell’Ue, ma noi senza loro siamo il vaso di coccio del mondo: non abbiamo deterrenza e difesa senza la Nato. L’avremo? Forse tra 8-10 anni (…) Noi non abbiamo condiviso questa guerra e nessuno ci ha chiesto il nostro parere. A noi come a nessun altro. La durata delle guerre non dipende dalla potenza dei più forti, come anche in Ucraina si vede, ma dalla resistenza dei più deboli. L’Iran è più grande dell’Ucraina, ha più abitanti e migliaia di anni di storia. Per questo dobbiamo avere un un ruolo nella soluzione diplomatica. E chiedo io a lei, cosa intende per distanziarci di più? Allearsi con l’Iran? Perché nelle ultime settimane sembra che esista un solo cattivo e che l’Iran sia un Lussemburgo con meno pioggia».
Antonio Albanese
Segui i nostri aggiornamenti su Spigolature geopolitiche: https://t.me/agc_NW e sul nostro blog Le Spigolature di AGCNEWS: https://spigolatureagcnews.blogspot.com/









