GOLFO PERSICO. Senza lavoratori stranieri, economia non sostenibile

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La vita economica nell’area del Consiglio di Cooperazione del Golfo non sarebbe sostenibile senza manodopera straniera; la cui presenza è messa in forse dalle attuali condizioni economiche. Il gigante dell’edilizia dell’Arabia Saudita, il gruppo Binladin, ha tagliato migliaia di posti di lavoro. Le compagnie aeree di bandiera Emirates e Qatar Airways, secondo quanto riferito, licenzieranno fino a 40.000 dipendenti. A Dubai, l’hub commerciale del Medio Oriente, il 70% delle compagnie potrebbe fallire entro sei mesi.

L’entità delle perturbazioni causate dal crollo dei prezzi del petrolio e dalla pandemia da Covid-19 negli Stati del Golfo è senza precedenti: l’occupazione in tutta la regione potrebbe diminuire di circa il 13%, riporta Asia Times

I cittadini locali, in gran parte occupati nel settore pubblico, saranno in gran parte risparmiati. I lavoratori stranieri, dai lavoratori edili ai professionisti qualificati, non dispongono di tali reti di sicurezza e saranno i più colpiti. La perdita di popolazione a causa della disoccupazione potrebbe superare i 3,5 milioni e mezzo di persone.

La regione ha da tempo mitigato le flessioni economiche “esportando la disoccupazione” in Asia e in Africa, da dove proviene la maggior parte dei lavoratori che alimentano la sua economia. Gli schemi migratori imposti dai governi del Golfo rendono quasi impossibile l’acquisizione della cittadinanza, trasformando milioni di lavoratori migranti nella prima variabile per regolare le contrazioni economiche. Ma le politiche migratorie flessibili mettono anche le economie del Golfo a rischio di una spirale discendente, poiché i lavoratori stranieri i cui visti sono legati al loro lavoro escono in massa durante le forti recessioni. A Dubai, dove meno di un abitante su 10 è cittadino emiratino, la popolazione potrebbe ridursi di almeno il 10%.

Il Fondo Monetario Internazionale prevede che quest’anno l’attività non petrolifera nella regione subirà una contrazione del 4,3%, invertendo la crescita del 2,3% che aveva precedentemente previsto.

Non solo i 30 milioni di lavoratori stranieri nel Golfo rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione attiva, ma sono la spina dorsale delle economie non petrolifere. I cittadini stranieri costituiscono un’ampia porzione della clientela per le imprese di vari settori, tra cui quello immobiliare, dei trasporti, dei servizi alimentari, della vendita al dettaglio, del trasferimento di denaro, dell’ospitalità e dell’intrattenimento.

Oltre a prosciugare la domanda per le imprese, l’esodo costerebbe perdite in termini di tasse che gli Stati del Golfo hanno recentemente iniziato a imporre sulle spese della vita quotidiana per aumentare le entrate non petrolifere. In seguito all’introduzione dell’Iva del 5% nel 2018, gli Emirati hanno generato più del doppio delle entrate previste, contribuendo all’1,79% del Pil del Paese.

Nella vicina Arabia Saudita, il gettito dell’IVA ha rappresentato un quarto del totale delle entrate fiscali del Paese nel 2018. All’inizio di questo mese, il Regno ha dichiarato che triplicherà la sua imposta sul valore aggiunto al 15%, ma gli analisti hanno detto che la mossa avrà un impatto sui consumi e colpirà la spesa dei consumatori.

Un calo della popolazione non cittadina influirebbe anche sulle tasse che il Regno ha imposto alle imprese dal 2018 per ogni lavoratore straniero che assumono, così come una tassa mensile che i lavoratori migranti devono pagare per ogni familiare a carico che fanno entrare.

Graziella Giangiulio