GOLFO DI GUINEA. La pirateria ha trovato un nuovo paradiso

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La pirateria marittima è aumentata al largo della costa occidentale dell’Africa, nel Golfo di Guinea, nonostante le misure preventive. Le cause si trovano sulla terraferma piuttosto che in mare. Nove su dieci incidenti marittimi di pirateria e sequestri di persona a scopo di riscatto sono stati segnalati nel Golfo di Guinea dell’Africa occidentale, che si estende per 5.700 chilometri dal Senegal all’Angola.

Anche se il numero di membri dell’equipaggio rapiti dai pirati in tutto il mondo è diminuito, il numero riportato nel Golfo di Guinea è aumentato da 78 nel 2018 a 121 nel 2019. Da gennaio a settembre dello scorso anno, secondo l’International Maritime Bureau, Imb, l’82% dei rapimenti marittimi nel mondo si sono verificati nel Golfo di Guinea, riporta Dw. Questa zona ha eclissato le acque al largo della Somalia nel Corno d’Africa per diventare l’epicentro mondiale degli attacchi dei pirati, dei saccheggi e dei rapimenti.

I pirati oggi prendono di mira soprattutto navi con equipaggi internazionali, secondo un rapporto sulla pirateria nel Golfo di Guinea dell’Amministrazione Marittima degli Stati Uniti, Marad. A dicembre i pirati si sono imbarcati su due navi nel giro di pochi giorni, ognuna a 100 miglia nautiche dalle coste della Nigeria e del Benin. Hanno rapito rispettivamente 19 e 20 membri dell’equipaggio. L’approccio dei pirati, infatti è cambiato: invece di pochi marinai, portano con sé l’intero equipaggio; più ostaggi, più denaro.

I Paesi limitrofi non riescono a controllare la situazione perché non hanno le conoscenze, l’addestramento e le risorse per affrontare la situazione, secondo Imb. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, la zona delle 12 miglia (un miglio nautico è di circa 1,85 chilometri) fa parte del territorio nazionale e quindi in caso di rapimenti deve intervenire lo stato interessato, che spesso non ha le capacità. 

La cooperazione tra gli Stati sarebbe resa poi più difficile dalla burocrazia. Le forze di sicurezza non sono autorizzate a spostarsi da un territorio all’altro per inseguire i pirati senza informare preventivamente il Paese confinante. 

Il problema fondamentale della pirateria, però, non è in mare, ma la terraferma, come il caso della Nigeria. Il pesante inquinamento ambientale causato dalla produzione di petrolio rende quasi impossibile vivere come pescatori e allevatori di bestiame. A ciò si aggiungono il contrabbando, i conflitti etnici e religiosi, il terrorismo e la disoccupazione giovanile; fattori che alimentano il flusso di gente disposta a diventare un “pirata”. 

La comunità internazionale si è occupata della questione del Corno d’Africa dal 2008: navi e aerei pattugliano le coste della Somalia nell’ambito della missione Ue Atalanta. Tuttavia, come collegamento tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, e quindi il Mediterraneo, la regione è anche una delle rotte di navigazione più trafficate e quindi più importanti del mondo. Le missioni internazionali sono estremamente importanti perché permettono lo scambio di informazioni e di conoscenze tra i Paesi che hanno risorse e quelli che sono alle prese con questi crimini. All’interno delle acque territoriali è impossibile che una marina internazionale entri e venga dispiegata. Ma possono aiutare a svolgere esercitazioni per addestrare le guardie costiere a reagire a un attacco o ad arrestare i pirati. Possono educare la comunità locale a cercare di far loro capire quali sono gli effetti negativi di questo crimine sulla terraferma. 

Tommaso dal Passo