
Le tensioni tra Giappone e Cina in seguito alle dichiarazioni del primo Ministro giapponese Sanae Takaichi su Taiwan hanno evidenziato la mancanza di funzionari governativi nipponici con profondi legami con la Cina in grado di utilizzare le proprie conoscenze per contribuire a sedare la controversia.
Sanae Takaichi, conservatrice e protetta politica del defunto primo Ministro Shinzo Abe, è diventata la prima donna Premier giapponese nell’ottobre 2025. Nelle settimane successive alla sua stretta di mano con Xi, Takaichi ha suscitato polemiche rispondendo a una domanda di un parlamentare dell’opposizione. Il nuovo primo Ministro ha esordito affermando che “se la Cina schierasse le sue forze navali e usasse la forza militare, indipendentemente da come la si pensi, questa sarebbe una situazione che minaccerebbe la sopravvivenza del Giappone”.
Takaichi ha fatto quindi riferimento alle leggi sulla sicurezza del 2015, adottate dopo che il governo Abe aveva reinterpretato l’articolo 9 per consentire l’autodifesa collettiva.
L’implicazione è che il Giappone potrebbe considerare un’azione militare cinese contro Taiwan come una ragione per consentire alle Forze di Autodifesa di invocare l’autodifesa collettiva. Sebbene questo non costituisca un allontanamento dalla politica passata, ha comunque reso Takaichi pronta a prendere tale decisione all’inizio del suo mandato, qualora si trovasse a doverla affrontare.
In una risposta sorprendente, il Console Generale cinese a Osaka, Xue Jian, ha pubblicato un tweet su X, ora cancellato: “Quel collo sporco che si è intromesso da solo… non ho altra scelta che tagliarlo senza un attimo di esitazione. Siete preparati?”
Il governo giapponese ha immediatamente protestato contro questa minaccia al primo Ministro e, a quanto pare, starebbe valutando la sua espulsione. Ma un portavoce del governo cinese ha risposto con un avvertimento: “Questa posizione ha segnato un allontanamento dalla consolidata politica giapponese di ambiguità strategica sulla questione di Taiwan”, riporta The Diplomat.
Si arrivati in un battibaleno ai ferri corti.
Di fatto, ciò che sembra mancare all’attuale governo di Tokyo sono appunto le “mani cinesi” come le definisce Nikkei.
Il recente abbandono del partito centrista Komeito dalla coalizione di governo, è un primo dato di cui tenere conto. Komeito in precedenza fungeva da ponte chiave per le comunicazioni informali ma sostanziali con Pechino. La sua uscita dalla coalizione ha diritto rescisso legami consolidati, riporta il portale Nippon.
A ciò si aggiunge Il ritiro o la ridotta influenza di politici anziani ed esperti, come l’ex Segretario Generale del PLD Toshihiro Nikai, che aveva legami di lunga data con funzionari cinesi.
Nikai, a lungo, ha guidato gli sforzi dei legislatori sul fronte diplomatico, ma oggi è fuori dalle scene e di conseguenza il mondo politico giapponese ora non ha più legislatori successori che promuovano i legami tra Giappone e Cina.
“È importante avere una comunicazione a più livelli con la Cina attraverso sforzi sia del settore pubblico che privato, soprattutto perché ci sono questioni in sospeso e lacune di opinione”, ha dichiarato nei giorni scorsi il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi riporta JiJiPress.
Di fatto, la posizione conservatrice e filo-taiwanese della premier Takaichi e la sua limitata esperienza in politica estera, la differenziano dai precedenti leader giapponesi più centristi.
L’attuale stallo diplomatico è considerato uno dei più aspri degli ultimi dieci anni, con scarsi progressi compiuti finora negli sforzi di de-escalation da parte di diplomatici di alto livello. La situazione si è estesa anche agli aspetti economici e sociali, con la Cina che ha esortato i suoi cittadini a evitare viaggi non essenziali in Giappone.
Perché Taiwan è così importante? Non è solo questione di geopolitica e strategia.
Taiwan è da tempo una delicata linea di demarcazione nelle relazioni tra Pechino e Tokyo. Quando il Giappone normalizzò i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese nel 1972, accettò formalmente la politica di una sola Cina, ma mantenne ampi legami non ufficiali con Taipei, consentendo a Tokyo di sostenere Taiwan senza provocare Pechino, riporta France24.
Ex colonia giapponese, Taiwan fu ceduta dalla dinastia Qing nel 1895 e rimase sotto il dominio giapponese fino al 1945. Tokyo investì molto in infrastrutture, istruzione e sviluppo industriale, plasmando le istituzioni dell’isola e lasciando un’eredità che ancora oggi influenza la politica regionale e intercontinentale.
La storia coloniale ha anche contribuito a plasmare e continuare a influenzare le politiche giapponesi in materia di sicurezza regionale. Citando il trattato di sicurezza tra Stati Uniti e Giappone del 1960, che consente alle forze armate americane di stanza in Giappone di operare in tutta l’Asia orientale, si nota che l’indipendenza di Taiwan “è considerata la chiave per contribuire a garantire la sicurezza nazionale del Giappone”.
L’assertività cinese nel quadrante e la contrapposizione strategica ed economica con gli USA impongono a Tokyo un certo atteggiamento che elimina del tutto o quasi i margini dell’ambiguità, men che meno quella strategica.
Antonio Albanese
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