Clean energy transition nipponica

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GIAPPONE – Tokyo 20/09/2014. Il 15 settembre del 2013 il Giappone ha spento l’ultimo dei suoi 48 reattori nucleari, situato nella prefettura di Fukui, ma nel corso dell’anno appena passato non si sono mai registrati blackout energetici, né tanto meno incrementi delle emissioni di CO2.

La decisione di abbandonare una fonte ancora troppo rischiosa per la popolazione e per l’ambiente, maturata a seguito del disastro di Fukushima del 2011, ha spinto il governo nipponico a puntare su efficientamento energetico e rinnovabili al fine di trovare un supporto alla mancata generazione di energia atomica.
In particolare l’efficientamento, nell’ultimo anno, ha portato ad un risparmio energetico pari alla produzione derivante da 13 reattori nucleari. Tali risultati, tuttavia, hanno radici lontane. Subito dopo il terremoto ed il maremoto del Tōhoku, infatti, un movimento popolare che ha coinvolto famiglie e imprese, chiamato Setsuden, ha promosso interventi volontari mirati a ridurre i consumi di illuminazione, di climatizzazione e di altri utilizzi elettrici. Successivamente Pechino ha reso esecutive misure più strutturali per innalzare l’efficienza nel settore industriale e civile che hanno garantito una diminuzione dei consumi energetici pari a 120 TWh/anno.
Le fonti rinnovabili, invece, tra il 15 settembre del 2013 ed il 15 settembre del 2014 hanno sopperito alla mancata attività di 3 reattori nucleari e, secondo recenti stime, entro il 2020 genereranno il 40% dell’elettricità nazionale. La gran parte della nuova energia green deriva dai 530mila impianti solari e, in particolar modo, dai piccoli impianti fotovoltaici domestici, che crescono al ritmo di 23mila al mese e contribuiscono a fare del Giappone il secondo produttore al mondo di clean energy dopo la Cina. Lo scorso anno, inoltre, sono stati installati 6,5 GW di nuova potenza fotovoltaica, mentre entro la fine del 2014 potrebbero essere allacciati alla rete ulteriori 9 GW di capacità solare, grazie a tariffe incentivanti tra le più “generose” a livello globale.
Il Paese del Sol Levante, allo scopo di evitare eventuali problemi energetici e controllare la domanda di elettricità durante gli orari di picco, ha pianificato un nuovo programma di incentivazione per favorire l’energy storage mediante la diffusione di batterie agli ioni di litio superiori a 1 kWh. Ad annunciare tale ulteriore e importante passo in direzione della transizione energetica è stato il Ministero giapponese dell’economia, il commercio e l’industria (METI). Il meccanismo di sostegno, che avrà un budget complessivo di 10 miliardi di Yen (equivalenti a poco più di 71 milioni di euro), coprirà per due terzi il costo di installazione di sistemi di accumulo, fino ad un massimo di 1 milione di Yen (circa 7.100 euro) per i privati e di 100 milioni di yen per le imprese (circa 710mila euro), e farà entrare il Giappone nella risicata schiera dei pionieri dell’energy storage comprendente Germania e California.
È altresì necessario precisare, però, che l’attuale amministrazione non ha mai realmente pensato ad una totale denuclearizzazione del Paese. Il Primo Ministro Shinzō Abe e gran parte dell’industria giapponese, invero, stanno facendo pressioni sulla Nuclear Regulation Authority (NRA) per velocizzare le autorizzazioni necessarie all’avvio di due reattori della centrale nucleare di Sendai, città della prefettura di Kagoshima.