
Se eravamo abituati a sentir parlare di forza di internazionale di stabilizzazione per la oramai defunta missione NATO – ONU in Afghanistan (ISAF), o per quelle che furono le Guerre Balcaniche della fine del XX secolo, presto un simile acronimo potrebbe ritornare agli altari della cronaca per quel che riguarda Gaza
Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano statunitense per istituire una missione internazionale temporanea di stabilizzazione a Gaza per contribuire a ripristinare la sicurezza e monitorare il cessate il fuoco, indicando un passaggio verso un organismo internazionale che gestisca la sicurezza post-conflitto e l’amministrazione civile. La funzione specifica e la piena attuazione di questa forza sono ancora in fase di sviluppo.
La risoluzione ONU in questione che ha previsto l’istituzione della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) a Gaza è la Risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Approvata il 17 novembre 2025 con 13 voti a favore e l’astensione di Cina e Russia, la risoluzione sostiene un piano di pace in 20 punti promosso dagli Stati Uniti, all’interno del quale è prevista la creazione di questa forza.
ISF ha sulla carta e avrà di fatto il compito di garantire la sicurezza e l’applicazione del cessate il fuoco; sovrintendere alla smilitarizzazione della Striscia di Gaza; addestrare e supportare le forze di polizia palestinesi locali; contribuire alla ricostruzione e alla gestione civile transitoria del territorio, sotto la supervisione di un “Board of Peace”. Il mandato ISF è previsto fino al 31 dicembre 2027, con possibilità di estensione da parte del Consiglio di Sicurezza.
Il dispiegamento di soldati nella Striscia di Gaza solleva diversi interrogativi sulla natura della missione, che sembra orientarsi verso un peace-enforcement piuttosto che peacekeeping o peace-building. La disponibilità di paesi come Indonesia, Azerbaigian e Turchia a inviare truppe aggiunge complessità alla situazione, soprattutto considerando che non tutte queste forze sono gradite a Israele.
In sintesi cosa è il peace enforcing, cioè “imposizione della pace”? Consueta espressione ci si riferisce a operazioni militari internazionali coercitive, autorizzate quasi sempre dalle Nazioni Unite ai sensi del Capitolo VII, che utilizzano la forza per fermare conflitti attivi, minacce o aggressioni, a differenza del peacekeeping tradizionale che si basa sul consenso e sull’imparzialità per mantenere una pace stabile, con il peace enforcement che interviene quando le parti non sono d’accordo e l’intervento militare è necessario per separare i belligeranti o creare zone sicure.
Questa tecnica operativa hai delle caratteristiche principali: è coercitiva, implica cioè l’applicazione della forza, inclusa l’azione militare, per costringere le parti a cessare i combattimenti; in genere richiede un’autorizzazione esplicita del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite) per minacce alla pace, violazioni o atti di aggressione; è utilizzata quando le parti non hanno concordato un cessate il fuoco o la pace, a differenza del peacekeeping che richiede il consenso; i suoi obiettivi possono includere la protezione dei civili, la creazione di zone smilitarizzate, la separazione delle fazioni in guerra o la liberazione di territori occupati.
In estrema sintesi l’”Imposizione della pace” si differenzia dal Mantenimento della pace che monitora i cessate il fuoco, assiste nell’attuazione degli accordi di pace (basati sul consenso, con forza leggera, imparziali). La tecnica operativa dell’Imposizione della pace interviene militarmente per imporre la pace in assenza di accordo (coercitivo, potenzialmente con forza pesante).
In questo quadro sono fondamentali le Regole di Ingaggio (ROE), cioè quelle direttive che specificano quando, dove e come utilizzare la forza militare. Nel contesto della missione nella Striscia di Gaza, le ROE saranno cruciali per definire i limiti dell’azione militare e garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario; proteggere i civili e prevenire danni collaterali; stabilire procedure per la gestione delle situazioni di crisi e la segnalazione di violazioni
Il quadro tattico operativo cheti sta delineando a Gaza presenta una serie di sfide politiche e militari: si parte dal coordinamento internazionale per garantire la collaborazione onesta tra le diverse forze internazionali e locali; si passa attraverso le reazioni locali per gestire le reazioni della popolazione locale e dei gruppi armati e infine, onde evitare spiacevoli episodi e condotte che hanno caratterizzato precedenti missioni internazionali, il rigoroso rispetto delle ROE per assicurare che le forze militari rispettino le regole di ingaggio e il diritto internazionale umanitario
Il Centro di Coordinamento Civile-Militare, già operativo, svolgerà un ruolo cruciale. Il CMCC, sotto la supervisione del Centcom e non delle Nazioni Unite, è un organismo in cui soldati di vari Paesi, diplomatici e operatori umanitari si coordinano con le Forze di Difesa israeliane e il governo israeliano per facilitare l’assistenza umanitaria.
È il CMCC che monitora il flusso di merci verso Gaza e coordina il movimento dei convogli ONU e umanitari per distribuire gli aiuti in sicurezza all’interno della Striscia.
Le Forze di Sicurezza Interne (ISF) non sono ancora operative nel teatro, più per ragioni politiche che militari, legate all’approvazione da parte dell’opposizione di una presenza militare straniera di un tipo o dell’altro. Israele è contro solo Turchia e Qatar.
Nel frattempo, l’IDF è concentrato sul raggiungimento dei suoi obiettivi militari attraverso operazioni in corso che, come recentemente notato da fonti ufficiali della sicurezza israeliana, si concentrano su tre assi strategici: la ricerca di tunnel, armi, terroristi ed esplosivi, per impedire il ripetersi di azioni cinetiche simili a quelle viste finora contro il suo territorio, a parte ciò che è approvato.
Il 2026 dovrebbe essere l’anno dell’ISF GAZA, la speranza globale e di tutti gli attori in campo è che sia l’anno d’inizio della pace. Quella vera.
Antonio Albanese
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