Vivere a Gaza

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ITALIA – Roma 04/08/2014. Con la guerra riaccesasi nello scenario medio orientale, la Striscia di Gaza è tornata al centro delle analisi geopolitiche. 

L’OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari, pubblica periodicamente dei rapporti sulla situazione umanitaria. Fra questi ci sono anche dei report dettagliati sulla difficile situazione della zona geografica identificata come striscia di Gaza, zona che resta la più piccola porzione di territorio al mondo con la più alta densità di abitanti per km quadrato. Già nel mese di Luglio 2013, quando l’OCHA pubblica il suo report, la striscia di Gaza rappresentava una bomba a orologeria. La situazione di estrema difficoltà vissuta dai suoi abitanti infatti contribuiva alla situazione di estrema tensione fra Israele e Hamas. Proprio in ragione di questo fatto, la strisca di Gaza ha sempre rappresentato il punto di rottura fra le relazioni arabo-israeliane fino agli ultimi scontri.

Nel mese di Luglio 2013 l’OCHA pubblica il report “Access Restricted Areas in the Gaza Strip”, dove illustra dettagliatamente le origini della tensione crescente. La striscia di Gaza infatti è un’isola palestinese in territorio israeliano e i suoi confini sono segnati da una barriera in cemento armato intervallata da torri di controllo. I punti di accesso sono 6, solo 2 dei quali in funzione.
Le fondamentali origini della tensione sono tre: ristretto spazio vitale, limitato consumo d’acqua e di cibo. La popolazione ammonta a 1.644.293 che vive in un’area di soli 365 km quadrati. Le aree limitrofe alla recinzione sono infatti state dichiarate inaccessibili per una distanza di 300 metri e altre centinaia sono a rischio per le persone che vi transitano. In ragione delle ulteriori restrizioni, tredici scuole erette nei 1500 metri dalle recinzioni sono state distrutte per ragioni di sicurezza.
Il consumo d’acqua è registrato a 80 – 90 litri al giorno a testa, sotto lo standard dei 100 litri fissato dalla World Health Organization e al 44% della popolazione non viene garantito il cibo. Questo perché le restrizioni alle porzioni di terra coltivabile e alle aree di pesca mettono a serio rischio l’approvvigionamento di cibo per la popolazione perché di fatto non permettono agli agricoltori di sfruttare quella parte di terra vicina alle recinzioni e ai pescatori di spingersi troppo in là per raggiungere i banchi di pesca.
I pescatori infatti sono costretti ad esercitare la propria attività in un’area di sole 6 miglia nautiche dalla riva del mare – meno di un terzo dell’area di pesca fissata dagli accordi Oslo del 1993 (20 miglia nautiche).
La produzione di pesce annuale è così calata da 3.650 tonnellate nel 1999 a 1.938 dopo le restrizioni del 2012. Inoltre si è registrato un calo fra i pescatori di professione da 10 mila nell’ anno 2000 a 3.500 nel 2013. Già questo rende abbastanza tesa la situazione.
Le norme restrittive che vengono imposte gradualmente da Israele riguardano anche il commercio e la circolazione delle persone. Ad esempio, il flusso dei mezzi destinati al trasporto di beni con l’esterno è diminuito da 4.769 unità al giorno nel 2007 a 81 nel 2013. Sempre a causa delle restrizioni al commercio, non è stato possibile procedere con la manutenzione e lo sviluppo dei sistemi di depurazione dell’acqua, che quindi rimangono inefficienti. Circa 90 milioni d’acqua non trattata vengono scaricati in mare ogni giorno, minacciando seriamente le condizioni di salute delle persone che vivono nelle vicinanze degli scarichi.
A causa delle restrizioni al movimento della popolazione si è poi registrato un calo degli spostamenti giornalieri delle persone che lavorano fuori dalla striscia da 26 mila unità nell’anno 2000 a sole 191 unità nel 2013. Questo a causa dei lunghissimi e minuziosi controlli delle persone che si recano nei luoghi di lavoro fuori dalla recinzione.
Tutto questo rende la vita molto difficile e frustrante in questa porzione di territorio che, proprio a causa delle difficili condizioni di vita in cui la popolazione è costretta a vivere, ha rappresentato il centro della maggior parte dei negoziati nel conflitto arabo-israeliano.
Se nel 2013 la situazione era a rischio, oggi sembra essere senza speranza. Solo le ONG e le associazioni di attivisti si stanno adoperando attivamente per dare un aiuto concreto alla popolazione in questi giorni difficili.