Eurozona. La Finlandia minaccia di rivedere la propria posizione

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Lo scorso 17 luglio, la Finlandia ha siglato un accordo con Madrid che sancisce il suo diritto in quanto stato creditore di rivalersi su beni reali a garanzia di un mancato rimborso del debito contratto dalla Spagna in occasione del salvataggio delle banche iberiche. Stesso tipo di garanzia richiesta da Helsinki a fine 2011 nel corso dei negoziati sulla seconda tranche di aiuti atti ad evitare il default greco. La sensazione che aleggia all’interno del governo finlandese sembra una timorosa disillusione. Si avverte la mancanza di una contropartita in termini di controllo politico per le risorse versate nelle finanze estere in difficoltà; temendo anzi, che questo abbia portato ad una perdita di sovranità sui flussi statali di capitali, ora immobilizzati da una stringente integrazione sovranazionale dei processi decisionali.

Emerge allora come Helsinki abbia deciso di adottare la moneta unica in risposta alla pesante recessione affrontata all’inizio degli anni novanta, come un via di stabilizzazione della propria politica monetaria, nonché di distinzione geopolitica dal quadrante russo d’influenza. Venti anni fa il pil finlandese si era contratto di circa il 10%, la disoccupazione era salita dal 3% al 18%, mentre il debito pubblico era balzato dal 14% al 18% del pil. Il tutto, tra una Svezia anch’essa in piena crisi economica e un’Unione Sovietica appena collassata. D’altra parte, nella strenua di ricerca di stabilità nella quale versava al tempo la Finlandia, entrare nella Nato avrebbe indispettito il suo ferito, ma ingombrante, vicino russo; trovando al contempo nell’eurozona un’ottima soluzione economico monetaria ed un abile compromesso diplomatico.

Queste due sapienti manovre, sostrato per una ritrovata crescita del settore tecnologico finlandese, hanno quindi permesso ad Helsinki di ricominciare a crescere, giungendo a registrare un deficit inferiore al 3% del pil ed un debito pubblico al di sotto del 60%. Dati oggi comparabili alle più virtuose finanze statali dell’eurozona.

La Finlandia inoltre, vede meno di un terzo delle proprie esportazioni dirigersi verso i partners dell’eurozona, rafforzando la sensazione politica che da tale appartenenza, più che una reale dipendenza votata alla mutua crescita, possano provenire di nuovo le misure draconiane già sperimentate due decenni fa per riacquistare competitività internazionale.

A causa della maggiore integrazione richiesta dall’eurozona per far fronte alla crisi finanziaria internazionale esplosa nel 2008, la sensazione di oppressione per lo Stato finlandese è cominciata scendere verso i suoi vicini meridionali, mettendo in evidenza le sue caratteristiche esclusive e la sua gelosia nazionale. Ecco quindi teorizzato un precedente di esclusione volontaria dall’eurozona, una tecnica annunciata dal Governo finlandese che consisterebbe nell’acquistare titoli nazionali, bloccando il meccanismo di stabilità, non appena il fondo di salvataggio europeo dovesse divenire operativo.

Dall’alto del suo rating AAA inoltre, la Finlandia si oppone ad aiuti a pioggia verso i membri meno accorti dell’eurozona, promuovendo – com’era prevedibile – una politica di austerità come risposta alla crisi. Durante i negoziati per giungere ad un meccanismo di stabilità europeo infatti, Helsinki non aveva esitato a ribadire il suo desiderio che ogni futuro salvataggio finanziario avesse il consenso dell’unanimità dei membri, sottoponendo la procedura ad un diritto di veto piuttosto che ad meccanismo di voto ponderato che vorrebbe malcelare un monopolio decisionale dietro il vessillo di una maggioranza qualificata.