EUROVISION. Israele in finale. Boicottaggi e proteste

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Tutto è pronto per la finale di sabato 16 maggio dell’Eurovision Song Contest (ESC) 2026 dalla Wiener Stadthalle di Vienna, la più grande arena al coperto dell’Austria, il Paese che lo scorso anno aveva vinto con JJ e la sua “Wasted Love”. Le due semifinali si sono tenute il 12 e il 14 maggio. Fra sorprese e previsioni rispettate ora si aspetta solo l’elezione del vincitore dell’ESC e si scoprirà quale Paese ospiterà l’anno prossimo la kermesse musicale, capace di unire culture diverse in una celebrazione comune. 

L’edizione di quest’anno, la 70ª, è stata contraddistinta e accompagnata da polemiche, critiche, boicottaggi, nonostante lo slogan “united by music”. Infatti, la manifestazione a Vienna è caratterizzata da grandi aspettative, come la novità dell’utilizzo per la prima volta di telecamere cinematografiche e il ritorno di Bulgaria, Moldavia e Romania, ma anche da proteste in corso, in particolare riguardanti la partecipazione di Israele, ed affronta il boicottaggio più grande di sempre. 

Va ricordato però che non è il primo anno che l’ESC ha risvolti politici, ma non avevano mai raggiunto questo livello di escalation. La Russia è stata esclusa dopo l’invasione dell’Ucraina, con i critici che sostengono che le stesse regole dovrebbero valere anche per Israele. Intanto, come si sul dire, “the show must go on” e la macchina organizzativa dell’ORF, la televisione pubblica austriaca, sta lavorando per garantire un ottimo spettacolo, ma la consapevolezza che aleggia è chiara: ogni nota sul palco porta il peso di scelte che vanno al di là della mera performance artistica.

Durante la prima semifinale fra i 15 Paesi che si sono esibiti vi era anche Israele rappresentato dal cantante Noam Bettan, che ha riscosso grande attenzione. Fra i 10 posti disponibili che permettono di aggiudicarsi un posto in finale, Israele si è qualificato grazie al voto sommato del pubblico e della giuria, nonostante i cori anti-israeliani fra gli 11 mila presenti nell’arena -si sentiva urlare “stop, stop the genocide” particolarmente evidenti durante la prima parte del brano. Il cantante ha dichiarato che i fischi sono stati presto sovrastati dal sostegno dei tifosi israeliani e che si sentiva “di cantare solo per Israele”. Bettan si è esibito, circondato da ballerine, in una ballata multilingue -ebraico, francese, inglese- scritta in collaborazione anche con Yuval Raphael, la rappresentante israeliana della scorsa edizione giunta seconda. 

Il titolo della canzone è “Michelle”. Bettan nella sua prima reazione ha ringraziato tutti gli ebrei del mondo per averlo votato e che ha cercato con gli occhi le bandiere israeliane sventolate tra il pubblico che gli hanno dato forza. Nel mentre della sua performance un attivista è stato allontanato e trascinato fuori dalla sala dalla sicurezza; al contempo il Municipio di Vienna si è illuminato con i colori della bandiera israeliana durante la sua esibizione. Sempre nel centro di Vienna si svolgevano proteste da parte di attivisti filo-palestinesi che criticavano la decisione degli organizzatori di mantenere Israele in gara. Il direttore dell’Eurovision, Martin Green, ha affermato che organizzare la competizione e la protesta contemporaneamente dimostra la forza della democrazia e la libertà di espressione.

L’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) e l’ORF hanno dichiarato in seguito che 4 persone sono state allontanate dall’arena per comportamento scorretto durante la semifinale. Per questo motivo, i cori “fermate il genocidio” sono stati rimossi dal video ufficiale dell’esibizione di Israele. Noam Bettan ha continuato imperterrito riuscendo a conquistare la finale insieme agli artisti provenienti da Grecia, Finlandia, Belgio, Svezia, Moldavia, Serbia, Croazia, Lituania e Polonia. Niente da fare invece per San Marino con Senhit in collaborazione con Boy George, Portogallo, Estonia, Montenegro e Georgia. 

La qualificazione d’Israele è avvenuta dopo un percorso travagliato, con il boicottaggio di cinque paesi: Spagna, Irlanda, Slovenia, Paesi Bassi e Islanda dall’Eurovision, dovuto alla scelta dell’EBU di consentire a Tel Aviv di partecipare, che rivela al suo interno tensioni geopolitiche profonde. Non solo l’Irlanda non è presente, ma la RTE non lo trasmette nemmeno, stessa decisione per Spagna e Slovenia. L’emittente israeliana Kan ha definito la loro assenza un “boicottaggio culturale” che “danneggia la libertà di creazione e la libertà di espressione”, mentre il 28enne cantante si è detto fiducioso che questi cinque possano tornare per le prossime edizioni del concorso, in quanto stanno perdendo l’opportunità di vivere una straordinaria esperienza.

Il contest è nato nel 1956 con l’ambizione di unire l’Europa attraverso la musica, superando le divisioni. Tuttavia, oggigiorno si trova a dover fare i conti con nuove fratture che da sola la musica non sembra più in grado di sanare. Sul palco di Vienna, infatti, partecipano solo 35 paesi, a fronte dei 52 che hanno partecipato almeno una volta nella storia del festival. Vi è da dire però che non tutti gli assenti lo sono per protesta politica poiché alcune defezioni hanno ragioni diverse, legate a difficoltà finanziarie o scelte editoriali. In città l’atmosfera non è del tutto priva di tensione dovuto alle contro-manifestazioni e le misure di sicurezza sono state notevolmente rafforzate, con la presenza della polizia per le strade, agli ingressi della sala e nelle fan zone, fra cui quella trasformata in “Eurocafé” dove vi è un caffè che ospita i fan israeliani presidiato dalla polizia e secondo gli organizzatori, lo spazio è pensato come un luogo di ritrovo sicuro per loro durante la competizione.

Nella seconda semifinale gli altri 10 paesi che hanno staccato il biglietto per la finale sono stati: Bulgaria, Romania, Repubblica Ceca, Cipro, Danimarca, Australia, Ucraina, Albania, Malta e Norvegia. Esclusi invece Azerbaigian, Lussemburgo, Armenia, Svizzera e Lettonia. L’Italia è già di diritto alla serata conclusiva con Sal Da Vinci e la sua “Per sempre si”, insieme a Regno Unito, Germania, Francia e la padrona di casa Austria. Ovviamente, attorno all’evento culturale più seguito al mondo con i suoi 166 milioni di spettatori, occhi puntati sul caso Israele, che sfrutta l’Eurovision come strumento di soft power. Infatti, per il governo di Tel Aviv, la competizione musicale pop è diventata più di una semplice celebrazione di abiti scintillanti, di orgoglio gay e scenografie pirotecniche: un’opportunità, attraverso le ottime performance dei suoi cantanti, per risollevare la reputazione del Paese e raccogliere sostegno internazionale.

Paolo Romano 

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