European anti-jihad

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REGNO UNITO – Londra. Nell’ottobre 2012, il quasi sconosciuto gruppo francese Generation Identitaire ha occupato una moschea nella città di Poitiers. Fondatao solo un mese prima, il gruppo aveva già attirato l’interesse dei media e delle forze di sicurezza per la sua “dichiarazione di guerra” al multiculturalismo e l’islam fatta attraverso Youtube (il video è censurato; è visibile una versione sottotitolata in inglese cliccando qui).

I giovani attivisti si presentano come una “frattura etnica”, una generazione che soffre di livelli record di disoccupazione, di debito, di declino multiculturale e di forzato mix sociale. Dal tetto della moschea occupata, il gruppo ha chiesto un referendum sull’immigrazione musulmana. Anche se è alta la tentazione di vedere questi gruppi come fenomeni isolati e politicamente irrilevanti, la loro recente comparsa riflette il nuovo trend della destra radicale in Europa, e, anche, in Nord America: una nuova generazione di attivisti la cui azione è esplicitamente incentrata sulla lotta alla minaccia della dell’islam e delle comunità musulmane. Troppo spesso definiti semplicisticamente come movimenti “anti-jihad”, questi gruppi percepiscono se stessi “leghe di difesa” in paesi come la Danimarca, la Finlandia, i Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Serbia, Scozia, Svezia, Germania. In questi paesi si susseguono le  manifestazioni contro la costruzione di moschee. Esistono, poi, reti internazionali che tentano di coordinare queste attività, come ad esempio Stop Islamization of Nations and the European Freedom Initiative, che afferma di coordinare coordinare ben 18 leghe di difesa. Se è vero che la maggior parte di questi movimenti non dispongono di risorse e di supporto di massa,  a differenza dei tradizionali partiti di estrema destra, i gruppi anti-jihad sono poco interessati a partecipare alle elezioni, a reclutare formalmente nuovi membri o ad offrire programmi ideologici articolati. Al contrario, sottolineano la loro essenza nelle campagne di sensibilizzazione fatte in strada e attraverso i social media basate sull’Islam in particolare, e mantengono spesso l’appartenenze volutamente fluida, rendendo così difficile il monitoraggio da paese delle forze di polizia e sicurezza. Al momento il più importante di questi movimenti è l’English Defense League (Edl), che nel 2009 fu il primo in Europa. Nel giro di tre anni, l’Edl ha avuto più di 80mila seguaci su Facebook, tra i 25mila e i 35mila seguaci “in carne e ossa” e circa 80 gruppi locali. Ha poi organizzato oltre 50 manifestazioni in tutto il regno Unito incentrate sull’opposizione all’Islam. Nonostante la rilevante attenzione delle forze di sicurezza britanniche, gli sforzi si infrangono sulla mancanza di dati attendibili su obiettivi, preoccupazioni e sulla mente che starebbe dietro al movimento.Stando ad una categorizzazione generica fatta dalla sicurezza britannica gli appartenenti si dividerebbero in quattro categorie principali: i “perdenti della globalizzazione”: disoccupati, persone poco qualificate e poco istruite, giovani privi di competenze e flessibilità in un economia globalizzata; i “politici”: cittadini politicamente insoddisfatti e apatici che rifiutano le élite tradizionali e non si fidano delle istituzioni stabilite; gli “islamofobi”: cittadini che percepiscono una minaccia dall’Islam e dai musulmani; gli “xenofobi”, ostili nei confronti delle minoranze etniche in generale. I sostenitori Edl, inoltre,avrebbero un’età compresa tra 45 e 59.Per quanto riguarda la motivazione del loro atteggiamento, i sostenitori dell’Edl percepiscono come problemi principali l’immigrazione e l’economia, l’opzione “musulmani nel vostro paese” è al terzo posto. Chi è favorevole ai gruppi anti-jihad generalmente è ostile nei confronti delle minoranze etniche in generale. Sono anche estremamente negativi sugli effetti dell’immigrazione e profondamente pessimisti sulle relazioni tra i diversi gruppi: 8 su 10 percepiscono i musulmani come una minaccia all’identità tradizionale e approva lo “scontro di civiltà”, pensato da Huntington, 7 su 10 immigrati pensano che i musulmani minino la vita culturale della nazione e che abbiano avuto effetti negativi sull’economia. La gran parte ritiene che la violenza tra i diversi gruppi etnici e razziali sia «in gran parte inevitabile».Per le autorità britanniche, e non solo, affrontare le ansie sociali sull’Islam si rivela quindi un’assoluta necessità. I gruppi “anti-jihad” starebbero radunando prevalentemente cittadini preoccupati della crescente diversità etnica e culturale e questi gruppi sarebbero il veicolo per esprimere le loro ansie: le élite politiche tradizionali dovranno esplorare metodi più innovativi per affrontare i problemi sociali, politici ed economici legati alla crescente diversità etnica o rischiano di assistere ad una conversione “radicale” della destra in tutt’Europa.