ERITREA. Stato di sicurezza permanente e la condizione femminile nel contesto autoritario del Corno d’Africa

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L’Eritrea rappresenta uno dei casi più estremi di militarizzazione dello Stato nel continente africano, dove la narrazione ufficiale di unità nazionale e difesa dalla minaccia esterna si intreccia con un sistema di servizio nazionale obbligatorio e indefinito che controlla praticamente ogni aspetto della vita dei suoi cittadini, inclusa quella delle donne. Per legge, il servizio nazionale — che comprende sei mesi di addestramento militare e 12 mesi di servizio — dovrebbe durare 18 mesi, ma nella pratica è stato sospeso a tempo indeterminato fin dal 2002, trasformando questa istituzione in un apparato di controllo sociale ed economico che costringe migliaia di eritrei, donne incluse, a servire per anni o per decenni in condizioni spesso degradanti.

Le giovani eritree affrontano barriere strutturali all’istruzione. L’ultimo anno di scuola secondaria si svolge presso il centro militare di Sawa, dove l’educazione è imprescindibile dall’addestramento militare e dove le adolescenti vivono in condizioni difficili, con servizi sanitari insufficienti, lontane dalle loro famiglie, compromettendo le loro opportunità educative e future.

Il servizio nazionale e militare obbligatorio non è solo un vincolo alla libertà di scelta lavorativa e personale, ma una fonte documentata di violazioni dei diritti umani. Rapporti indipendenti e organismi internazionali hanno sottolineato che il sistema è stato usato come strumento di lavoro forzato, con salari irrisori e compiti imposti dallo Stato, e che le reclute femminili possono essere esposte a molestie sessuali, violenze di genere e sfruttamento da parte di ufficiali più anziani. 

Il governo ha inoltre impiegato tattiche coercitive per garantire il rispetto delle norme di servizio. Rappresaglie dei presunti evasori, punizioni collettive per le famiglie di chi cerca di sottrarsi alla chiamata e detenzioni arbitrarie sono pratiche che ostacolano la vita civile e limitano ulteriormente l’autonomia delle donne. Tutto ciò spinge un numero crescente di donne a considerare la fuga come unica strategia di sopravvivenza. È in questo quadro che si inserisce la rotta migratoria eritrea verso la Libia, una delle più pericolose e al tempo stesso più battute del continente. 

Molte donne, spesso giovanissime, attraversano clandestinamente il confine con il Sudan per poi dirigersi verso la Libia, affidandosi a reti di trafficanti che operano in stretta connessione con milizie armate e gruppi criminali. Lungo questa rotta, le donne eritree sono esposte a una molteplicità di violenze, tra cui stupri sistematici, sequestri a scopo di estorsione, detenzione in campi informali e vendita come forza lavoro o come merce di scambio.

L’Eritrea è stata anche oggetto di indagini da parte di organismi delle Nazioni Unite e Ong internazionali per violazioni sistematiche dei diritti umani, incluse accuse di detenzioni illegali, sparizione forzata di persone ritenute critiche nei confronti del governo e trattamento degradante dei cittadini, fenomeni che colpiscono sia uomini sia donne. 

Il contesto regionale del Corno d’Africa amplifica queste dinamiche. Durante il conflitto in Tigray, forze eritree sono state accusate di gravi abusi nei confronti dei civili, in particolare delle donne, inclusi episodi di violenza sessuale come arma di guerra. 

In Eritrea, quindi, la condizione femminile è plasmata da una combinazione di autoritarismo interno, militarizzazione estesa e negazione di diritti civili e sociali, creando un ambiente dove le donne — pur essendo spesso coinvolte anche nella difesa e nella produzione economica — restano in una posizione di vulnerabilità sotto molteplici profili: educativo, lavorativo, sanitario e di protezione legale.

Beatrice Domenica Penali 

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