Fratellanza e globalizzazione

121

EGITTO – Il Cairo 07/10/2013. Ancora morti sulle strade del Cairo: sono almeno 50 le persone che hanno perso la vita durante gli scontri di ieri.

La guerra civile che sconvolge l’Egitto è riesplosa tra i sostenitori del deposto Presidente Mohammed Morsi e i responsabili della sicurezza. I cortei dei Fratelli Musulmani si erano proposti di far sentire nuovamente la loro voce nelle piazze, ma ancora una volta sono stati messi a tacere dal fuoco dei militari e dai cittadini in piazza, invece, nel luglio scorso proprio contro l’ex presidente. Sino ad oggi sono stati inutili i tentativi di avvicinare al dialogo le due parti.

Il gruppo che si oppone al regime militare, al potere dal luglio scorso, è stato fermato ancora una volta e 423 membri sono stati arrestati al Cairo. L’alleanza dell’opposizione ritiene le autorità oggi al governo e i militari  responsabili di tutto il sangue versato in Egitto durante questi scontri.

L’Egitto è stretto in una morsa di violenza dal 3 luglio, l’esercito come sappiamo ha preso il potere, sospeso la Costituzione, sciolto il Parlamento e nominato Adly Mahmoud Mansour Presidente ad interim. 2000 membri dei Fratelli Musulmani sono stati arrestati, tra cui Mohamed Badie, leader del partito. Si contano circa un migliaio di persone rimaste uccise dall’inizio delle agitazioni tra le varie fazioni e le forze di sicurezza. L’Egitto è una delle facce della medaglia che raffigura la situazione incandescente che sta attraversando il mondo islamico. Gli interessi in gioco sono davvero tanti, inoltre è facile comprendere che gli interventi esterni, sia di altri paesi arabi che occidentali, abbiano giocato e stiano giocando un ruolo fondamentale sul procedere degli eventi. 

Che i Fratelli Musulmani non sarebbero stati il viatico per risolvere una situazione di stasi durata troppi anni era cosa nota, almeno per i conoscitori del mondo islamico, ma sono stati appoggiati impudentemente da alcuni paesi occidentali. La Fratellanza Musulmana non è infatti un partito moderato nel senso occidentale del termine, ma un raggruppamento politico “estremista” e integralista riguardo all’Islam; si oppone alla secolarizzazione e alla democratizzazione dei paesi in cui è presente, il suo assunto è la stretta osservanza dei precetti coranici. Sono un partito radicato sul sociale, molto attivi nel campo della sanità, dell’istruzione oltre che nell’organizzazioni religiose, fatti che li hanno resi potenti ed efficaci all’interno degli strati più poveri della popolazione abbandonati dallo stato. Il motto dell’organizzazione è: «Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza», dove jihad sta per doveroso impegno. Chiaro che con queste premesse si sarebbe davvero andati poco lontano, ma allora ci si domanda quale è il reale progetto politico e di potere perseguito dai paesi che amano affacciarsi sul cortile di casa altrui? Ed oggi cosa intende fare la comunità internazionale davanti a gravi avvenimenti che stanno mettendo a rischio l’intera stabilità mondiale? Si rende sempre più necessario confrontarsi riconoscendo che la realtà è totalmente diversa dalla nostra, in quanto Occidente e che in questi ultimi anni è peraltro mutato ulteriormente il panorama dei paesi arabi islamici e tra questi vi sono ulteriori differenze interne.

Il rispetto reciproco e la non ingerenza, se non su principi fondamentali, è un’esigenza di base per la costruzione di un panorama internazionale più stabile. Gli effetti della globalizzazione hanno assunto, in questo contesto, caratteristiche non proprio positive.