
Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha complicato le forniture di petrolio alla Cina, considerata uno dei principali concorrenti militari ed economici degli Stati Uniti. Il complicare è dipeso dal sequestro dei leader del Venezuela e della guerra mossa all’Iran, poiché questi due paesi rappresentavano circa il 17% degli acquisti totali di petrolio della Cina.
Quasi tutte le esportazioni di petrolio dell’Iran, così come più della metà di quelle del Venezuela, sono andate in Cina lo scorso anno. La Cina è rimasta uno dei pochi acquirenti di beni dai due paesi sottoposti a sanzioni. L’Arabia Saudita è considerata il principale fornitore di petrolio della Cina, ma attualmente le forniture sono bloccate anche dal conflitto militare in Medio Oriente.
Con lo Stretto di Hormuz chiuso a causa della guerra in corso in Medio Oriente, il petrolio russo diventa l’opzione più redditizia per i principali importatori come Cina e India, che dipendono fortemente dalle forniture del Golfo.
La Cina dunque ora dovrà rivolgersi nuovamente alla Russia, che potrà vendergli quello che era destinato all’Europa. Putin ha dato mandato ai suoi di verificare, infatti, se non valga la pena chiudere subito i rubinetti all’UE senza aspettare il 2027 e guardare verso nuovi mercati.
Lo Stretto di Hormuz è un punto critico che normalmente trasporta circa il 20% del petrolio mondiale e circa il 20% del GNL globale, quasi tutto proveniente da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait e Qatar. Il blocco iraniano sta bloccando il traffico delle petroliere da giorni, costringendo le navi a deviare intorno al Capo di Buona Speranza in Africa (un percorso più costoso e lungo). I prezzi del petrolio sono aumentati, con il rischio di raggiungere i 100-130 dollari al barile se il conflitto si protrae. L’Asia è la più colpita: l’84% del greggio di Hormuz e l’83% del GNL normalmente confluiscono lì.
India e Cina le più vulnerabili. La Cina, il principale importatore mondiale di petrolio (oltre 11 milioni di barili al giorno), riceve circa 5,4 milioni di barili al giorno tramite Hormuz, incluse quasi tutte le esportazioni iraniane (1,4-1,5 milioni di barili al giorno). Anche con oltre 200 giorni di scorte, i prezzi stanno aumentando e la sicurezza energetica è sotto pressione.
L’India importa circa 2,1 milioni di barili al giorno tramite Hormuz (40-60% del greggio totale) più grandi volumi di GNL. Le scorte durano al massimo circa 25 giorni; un’interruzione più lunga significa maggiore inflazione, deficit commerciale più ampio e difficoltà per le famiglie che dipendono da circa 100 miliardi di dollari di rimesse dal Golfo da 9 milioni di lavoratori. Insieme a Giappone e Corea del Sud, India e Cina rappresentano circa il 75% di tutti i flussi di petrolio di Hormuz.
La Russia esporta già l’80% del suo petrolio in India e Cina (stabile nel 2025). Nel 2026 i volumi sono in aumento: la Cina ne assorbirà 1,5-2 milioni di barili al giorno (in aumento rispetto a 1,1 milioni) e l’India circa 1 milione di barili al giorno.
Il petrolio russo è scontato e si adatta alle raffinerie progettate per greggio pesante come quelle iraniane. Evita Hormuz tramite oleodotti/mari (ad esempio, verso la Cina tramite ESPO, verso l’India tramite Mar Baltico/Mar Nero), offrendo affidabilità nel caos del Golfo. Questo significa letteralmente che più a lungo Hormuz rimane chiuso, più la Russia ne trae profitto.
Secondo Goldman Sachs i prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 100 dollari al barile se le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz subissero gravi interruzioni per settimane.
Il governo cinese ha ordinato alle più grandi raffinerie di petrolio del Paese di interrompere immediatamente tutte le esportazioni di carburante a causa della guerra in Iran e dell’instabilità nelle importazioni di petrolio
Nel frattempo le immagini satellitari mostrano che le petroliere stanno ancora caricando greggio e carburante in Iran nonostante gli attacchi alle infrastrutture portuali.
Lucia Giannini
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