
I socialdemocratici della premier danese Mette Frederiksen si avviano a ottenere il loro peggior risultato in oltre un secolo alle elezioni parlamentari di oggi, eppure lei è data per favorita per rimanere al potere dopo un voto oscurato dalla spinta del presidente statunitense Donald Trump ad assumere il controllo della Groenlandia.
Le ripetute richieste di Trump di annettere la Groenlandia, territorio danese semi-autonomo, hanno iniettato una rara carica geopolitica nella campagna elettorale, anche se gli elettori rimangono principalmente concentrati su welfare, disuguaglianza e costo della vita, riporta Reuters.
I sondaggi d’opinione indicano che Frederiksen ha ricevuto un piccolo impulso quando la retorica di Trump sulla Groenlandia si è intensificata all’inizio di quest’anno, in particolare dopo che il presidente statunitense si è rifiutato di escludere l’uso della forza militare.
Ma la questione della Groenlandia si è da allora spostata su un binario diplomatico meno acceso ed è stata messa in secondo piano dalle preoccupazioni interne sul costo della vita, dalla proposta di Frederiksen di una tassa patrimoniale sui ricchi e dai continui dibattiti sulla politica migratoria.
Frederiksen, che guida la Danimarca dal 2019, si candida per un terzo mandato, sebbene il suo governo di grande coalizione, il primo a colmare il divario tra destra e sinistra in oltre 40 anni, sia destinato a perdere la maggioranza parlamentare. La stessa Frederiksen ha chiarito di considerare le elezioni tanto una prova di leadership quanto una prova di politica, presentandosi come una figura affidabile in un momento di guerra in Ucraina e in Medio Oriente e in grado di gestire le pressioni di Trump.
I suoi socialdemocratici, le cui rigide riforme in materia di asilo avevano alienato alcuni sostenitori tradizionali di sinistra, hanno recuperato terreno nei sondaggi dopo la crisi della Groenlandia, passando dal minimo di dicembre del 17% a circa il 21%.
Tuttavia, si prevede che il blocco di sinistra non raggiungerà i 90 seggi necessari per la maggioranza nel Folketing danese, il parlamento composto da 179 seggi, con proiezioni che indicano circa 85 seggi.
Con gli alleati di sinistra che dovrebbero rimanere saldi e il blocco di destra frammentato, tuttavia, rimane la favorita per la formazione del prossimo governo, mentre i partiti si riposizionano lungo linee di divisione più tradizionali tra destra e sinistra.
Tra i temi chiave della campagna elettorale c’è la proposta di Frederiksen di reintrodurre un’imposta sul patrimonio per finanziare investimenti in istruzione e welfare, una mossa volta a segnalare una svolta a sinistra. I critici, tra cui il leader dell’Alleanza Liberale Alex Vanopslagh, hanno deriso la proposta definendola “meschinità”. Nel sistema parlamentare danese, un governo non ha bisogno di avere la maggioranza; è sufficiente che non ne abbia una contro di sé.
Il blocco di destra è guidato dal Ministro della Difesa Troels Lund Poulsen del Partito Liberale, mentre l’esito potrebbe dipendere dall’ex primo Ministro Lars Lokke Rasmussen, leader dei Moderati centristi e attuale Ministro degli Esteri, che si trova in una posizione tale da poter svolgere il ruolo di ago della bilancia. L’allineamento di Rasmussen con il blocco di Frederiksen o con una coalizione di destra potrebbe determinare chi formerà il prossimo governo.
In totale, 12 partiti si contendono i seggi alle elezioni, e la folta schiera di candidati complica il quadro delle coalizioni post-elettorali. Inoltre, i quattro seggi assegnati ai candidati della Groenlandia e delle Isole Faroe potrebbero rivelarsi decisivi.
Lucia Giannini
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