Comunicazione e Famiglia

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di Vittorio D’Orsi ITALIA – Roma, 26/10/2016. Nell’era della comunicazione, ci troviamo di fronte al paradosso di una forte incomunicabilità di coppia, visto comunque il trend di crescita di separazioni e divorzi.
Si confonde infatti il concetto di trasmissione (di dati e talvolta di informazioni) con una comunicazione vera e propria.
Se di comunicazione si tratta, infatti, questa prevede due interlocutori, uno o più linguaggi o “codici” in uso da entrambi, un mezzo trasmissivo ed un messaggio, ovvero una molteplicità di messaggi espressi nel linguaggio comune.
Quando si tratta di comunicazione vera, tra persone, non ci si può ridurre al “messaggino” da chat. Questo canale, seppur “destrutturato” e pratico (o smart), non consente all’uomo di esprimersi al pieno delle proprie potenzialità (espressive, vocali, facciali, corporee, prossemiche).
La comunicazione umana coinvolge una molteplicità di sensi ed è complessa quanto l’uomo stesso.
Il primo assioma della Pragmatica della Comunicazione Umana è che “non si può non comunicare”.
Cosa ci racconta, infatti, un silenzio?
L’incomunicabilità è una delle radici alla base delle separazione e dei divorzi. Una coppia che non trova più un linguaggio comune, che stimoli le emozioni, è una coppia destinata “al gelo”. Si stabiliscono dei copioni: una narrazione di noi stessi, costruita nel tempo, che continuiamo a raccontarci, ma che talvolta potrebbe non coincidere con la nostra reale identità. Di qui i conflitti interni, e relazionali. Copioni che talvolta l’uno rinfaccia all’altro con “come al solito”, oppure “lo sapevo che avresti detto questo” o “avresti fatto così” (…il concetto di profezia che si “autorealizza”).
Le possibilità di cambiare i dialoghi di una scena, rivedere “la regia” di questa sceneggiatura, non sono identiche per tutti, e dipendono dalla rigidità con cui si è costruito il copione stesso, di quanto sia radicato nella persona e assunto come identità.
Il counseling, esistenziale, relazionale, è una delle “relazioni di aiuto” che si occupa di questi fenomeni: agendo in assenza di patologie psicologiche, si occupa dell’analisi del contesto e dello sviluppo – progettuale, pedagogico – della relazione.
Pur tuttavia, non sono moltissime le famiglie che si rivolgono a questo tipo di consulenti.
Eppure, i fatti di cronaca ci raccontano che “la famiglia” ha una incidenza di reati maggiore dei fenomeni della malavita.
Dunque, dovrebbero sussistere degli strumenti effettivi ed efficaci di tutela della famiglia.
Perché?
La famiglia costituisce uno dei “mattoni” fondanti della società e dello Stato. Essa rappresenta la prima istituzione con cui si confronta l’individuo, e la prima versione del “Contratto Sociale”: se da un lato la famiglia è in sé e di per se stessa un fatto naturale, come istituzione costituisce già in se quel microcosmo di regole sociali che garantiscono stabilità e sicurezza, in cambio di alcune restrizioni in termini di libertà.
La famiglia è inoltre il primo punto di raccordo fra società ed economia. Come una “organizzazione non lucrativa di utilità sociale” la famiglia dispone i suoi beni in favore della crescita e dello sviluppo all’interno della medesima organizzazione, determinando quindi un indotto non misurabile, considerando il fattore moltiplicativo all’interno di uno Stato (che, per la Teoria del Campo ed il Modello delle Varianze Coopertive, non è semplicemente una crescita lineare, ma molto più estesa).
Se quindi, pensando all’era della comunicazione viene spesso indicata come data significativa lo sbarco dell’uomo sulla Luna, trasmesso in diretta nel 1969… si potrebbe pensare a quello stesso momento, visto da una prospettiva differente, dal “televisore verso la sala”, uno sguardo a quelle persone che – seppur con i propri sogni individuali – vivevano insieme un’emozione.
È un fatto di inquadrature, prospettive, regia.