CINA. Rinasce il culto della personalità con Xi Jinping?

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A due settimane dal congresso del Partito Comunista cinese, che si terrà due volte in questo decennio, si sta accendendo il dibattito sull’eventualità che il titolo di “presidente” dell’era Mao venga riproposto per il presidente Xi Jinping, un cambiamento che potrebbe portarlo a guidare per tutta la vita ma che rimane profondamente controverso.

Il titolo è considerato quasi sinonimo di Mao Zedong, padre fondatore della Cina moderna, che lo ha detenuto fino alla sua morte nel 1976. La costituzione cinese dell’epoca concedeva al presidente del partito ampi poteri, tra cui il comando delle forze armate del Paese. Da anni si vocifera che Xi, che guarda a Mao come a un modello politico, voglia riportare in auge il titolo a proprio uso e consumo, riporta Nikkei.

La carica è stata ricoperta anche da Hua Guofeng e Hu Yaobang, prima di essere abolita sotto Deng Xiaoping con l’accusa di aver favorito il consolidamento del potere di Mao e il culto della personalità che lo circondava, contribuendo infine alla Rivoluzione culturale.

Xi si è già allontanato dalla politica economica di “riforma e apertura” di Deng con la propria “prosperità comune”. Le sue mosse per resuscitare la carica di presidente sono state viste come un tentativo di rompere con Deng anche nella governance, coronando i suoi sforzi per allontanarsi dal sistema di leadership collettiva stabilito dal suo predecessore – cosa a cui molti nel partito si oppongono.

Xi ricopre contemporaneamente le cariche di segretario generale del Partito Comunista, presidente della Cina e capo delle forze armate come presidente della Commissione Militare Centrale. Nel 2016 è stato designato “nucleo centrale” del partito, il che riflette il fatto che detiene molta più autorità rispetto agli altri membri dell’alta dirigenza.

A settembre un servizio del Sing Tao Daily ha sostenuto che Xi è essenzialmente un presidente, tranne che di nome, notando che il suo potere supera quello di Deng. Ma, data l’importanza che i cinesi attribuiscono ai titoli formali, non si può escludere un suo ritorno. L’attuale carica di segretario generale del partito è spesso considerata potente. Ma le regole del partito gli conferiscono solo due poteri: convocare le riunioni dei comitati di vertice e presiedere il lavoro della Segreteria.

Alcuni osservatori ritengono che Xi voglia ottenere il titolo di presidente per riflettere meglio la sua effettiva autorità e per avvicinarsi a un lungo periodo al vertice.

Si è ipotizzato che il rilancio della carica possa significare un ridimensionamento del Comitato permanente del Politburo, il massimo organo decisionale cinese composto da sette membri. Secondo Straits Times, nel 2020 il partito avrebbe nominato da uno a tre vicepresidenti, riducendo il Comitato permanente a tre o cinque membri. Una risoluzione sulla storia emessa dal partito lo scorso novembre sembrava destinata a rimuovere potenziali ostacoli dal percorso di Xi verso la presidenza. Non menzionava le frasi chiave della precedente risoluzione di Deng, tra cui i “culti della personalità”, la “leadership collettiva” o il divieto di governare a vita.

Resta da vedere se al prossimo congresso si farà qualcosa su questo fronte.

Antonio Albanese