
Il The Japan Times riferisce che il Ministero delle Finanze giapponese, venerdì 4 settembre, ha comunicato che i vari ministeri hanno richiesto un aumento sostanziale della spesa per il prossimo anno fiscale, il cui totale ammonta a 143.100 miliardi di yen (908 miliardi di dollari), e con alcune voci importanti ancora irrisolte e gli investitori concentrati sull’entità finale del bilancio e su come il governo lo finanzierà, precisa il quotidiano nipponico.
Secondo quanto dichiarato dal Ministro delle Finanze Satsuki Katayama, contestando la lettura di un drastico aumento di bilancio, si tratterebbe di un aumento dell’1,8% anziché un balzo del 17% rispetto ai bilanci iniziali di quest’anno, continua la testata giapponese. Il The Japan Times specifica, inoltre, come le richieste più consistenti rifletterebbero in parte la revisione del processo di bilancio voluta dal Primo Ministro Sanae Takaichi, volta a combinare la spesa tradizionalmente finanziata tramite bilanci supplementari con gli stanziamenti previsti nel bilancio annuale iniziale.
Tra i ministeri che con il nuovo approccio hanno richiesto aumenti record il quotidiano nipponico cita quelli dell’Economia, del Welfare e della Difesa. Ma il The Japan Times sottolinea come gli investitori sono diventati sempre più sensibili alle prospettive di bilancio di Tokyo, in seguito all’introduzione da parte del primo ministro di iniziative dispendiose (come la strategia di crescita da 370 trilioni di yen e una riduzione temporanea dell’imposta sugli acquisti di prodotti alimentari) senza specificare come saranno finanziate, evidenziando come il bilancio iniziale rappresenterà un banco di prova fondamentale per la politica fiscale di Takaichi. E su questo punto la testata giapponese insiste specificando che il Primo Ministro sta cercando di bilanciare la sua agenda a favore della crescita con la necessità di rassicurare i mercati, ma che il loro giudizio dipenderà in larga misura da come si stabilizzerà la spesa dopo la revisione di fine anno.
Riguardo a ciò, continua a rimarcare il The Japan Times, le richieste presentate includono voci di spesa considerevoli ancora irrisolte, tra cui quelle in materia di Difesa. In questo settore in particolare, specifica il quotidiano nipponico, il governo prevede di rivedere entro la fine dell’anno i tre principali documenti di sicurezza del Giappone (compreso il piano quinquennale per il potenziamento della Difesa) magari valutando l’utilizzo di una base di calcolo del PIL più ampia e recente, oppure un eventuale innalzamento dell’obiettivo a circa il 3,5% (rispetto al quadro attuale che, secondo la testata giapponese, prevede circa il 2% del PIL del 2022).
Secondo il The Japan Times un’altra fondamentale per gli investitori riguarda le modalità di finanziamento della spesa, specificando che in una recente intervista Takaichi ha affermato di voler mantenere l’emissione di nuove obbligazioni al di sotto dei 40 trilioni di yen segnalando in questo modo ai mercati che un aumento della spesa non si tradurrà in un aumento dell’indebitamento. Il quotidiano nipponico riferisce, inoltre, che nonostante l’impegno del Primo Ministro per ridurre la dipendenza di Tokyo dai bilanci straordinari, il Giappone rimane esposto a esigenze di spesa impreviste derivanti da sviluppi come il conflitto in Medio Oriente e i disastri naturali.
La questione del bilancio giapponese, con riferimento soprattutto ai fondi che potrebbero essere destinati alla difesa, ha tenuto banco anche nei media cinesi. Già il 1 settembre l’agenzia China News Service (Zhongguo xinwen she, la seconda agenzia di stampa per importanza dopo Xinhua) in due articoli analizzava le implicazioni le richieste di bilancio “record” presentate dal Giappone per il 2027. Il primo riguardava la richiesta presentata dal Ministero degli Esteri nipponico di una stima di bilancio di oltre mille miliardi di yen per il nuovo anno fiscale, che delineava cinque pilastri ovvero: a creazione di un ambiente di sicurezza favorevole al Giappone, a promozione dello sviluppo del Giappone attraverso la diplomazia economica, il rafforzamento delle capacità di intelligence per affrontare la guerra cognitiva sempre più agguerrita, il progresso della diplomazia culturale strategica e il miglioramento del sistema di esecuzione diplomatica e consolare.
L’articolo riportava anche l’analisi di un ricercatore presso Istituto di Studi Giapponesi dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (Zhongguo shehui kexueyuan, CASS, principale istituto statale di ricerca e think tank della Cina), Meng Mingming, secondo cui “la diplomazia giapponese è consapevolmente finalizzata al rafforzamento della sicurezza nazionale ovvero alla rimilitarizzazione”. Il ricercatore della CASS, dopo aver analizzato dal suo punto di vista i vari aspetti della nuova strategia giapponese (come l’aumento dei finanziamenti per la guerra cognitiva in modo di accrescere il soft power del paese, il rifornimento a titolo gratuito di attrezzature come pattugliatori e radar a paesi alleati, e gli aiuti pubblici per lo sviluppo di infrastrutture civili che in caso di guerra possano essere adibite all’uso militare) conclude affermando che “sostituisce la fiducia reciproca e la cooperazione con il confronto tra blocchi e l’esagerazione deliberata delle minacce alla sicurezza” sconvolgendo gli equilibri regionali e aumentando le tensioni in un area già complessa.
Il secondo articolo pubblicato dalla China News Service si preoccupava, invece, di mostrare, citando fonti di stampa nipponiche e opinioni di utenti online, il malcontento dell’opinione pubblica giapponese rispetto alle politiche del governo Takaichi.
Il 3 settembre (giorno successivo alla firma della resa del Giappone a bordo della portaerei statunitense USS Missouri nella Baia di Tokyo, in cui in Cina si celebra la Giornata della Vittoria, per commemorare la fine della seconda guerra sino-giapponese) come riferito dall’emittente nazionale cinese CCTV, il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, interrogato sulle politiche di difesa nipponiche, ha ribadito che la posizione della Cina si rifà a documenti del secolo scorso come Dichiarazione del Cairo, la Dichiarazione di Potsdam e l’Atto di Resa giapponese che hanno sancito “lo status del Giappone come nazione sconfitta, stabilendo chiaramente gli obblighi delle nazioni sconfitte, come l’eliminazione del militarismo, lo smantellamento delle industrie belliche, la distruzione delle capacità belliche e il divieto di riarmo”. Il portavoce del Ministero degli esteri ha poi invitato quella che definisce la “destra” giapponese a rispettare questi obblighi sottolineando che Pechino si adopererà per “frenare con decisione la crescita e l’ascesa del «nuovo tipo di militarismo» giapponese, mascherato da «normalizzazione nazionale»” sottolineando che le politiche di Tokyo (dal punto di vista della Repubblica Popolare) causerà devastazione a livello regionale e metterà in pericolo il mondo intero.
Lo stesso giorno l’agenzia China News Service pubblicava un video satirico che mostra il Primo Ministro nipponico, Sanae Takaichi, offrire al fantasma del militarismo un salvadanaio ricolmo di soldi ed armi, alimentato dal sangue del popolo giapponese. Nell’articolo correlato si prendeva di mira il Libro Bianco della Difesa del Giappone del 2026 che per la prima volta presenta il settore della difesa come motore per la crescita economica (keynesismo militare). Secondo la didascalia l’economia trainata dalla guerra sarebbe solo un pretesto per espandere l’industria bellica con i politici nipponici che dirotterebbero verso il settore militare fondi che potrebbero essere spesi ad esempio in sanità ed istruzione. Il commento dell’agenzia di stampa cinese si concludeva affermando che, dal punto di vista di Pechino, “questo sviluppo distorto, che sacrifica il benessere della popolazione, non solo non riesce a risollevare l’economia stagnante, ma risveglia anche lo spettro del militarismo, rappresentando una seria minaccia alla pace e alla stabilità nella regione Asia-Pacifico” riprendendo la posizione ufficiale del governo. In un altro commento, corredato ad un frame estratto dal video, la China News Service paragonava il tentativo di Tokyo di puntare sul espansionismo militare per sostenere lo sviluppo nazionale a “bere veleno per placare la sete o all’arrampicarsi su un albero per pescare”.
In precedenza, a pochi giorni dalla pubblicazione del Libro Bianco della Difesa, la China News Service aveva pubblicato un altro video satirico in cui i giovani protagonisti (disegnati in stile manga/anime) si ritrovano all’improvviso circondati e terrorizzati dai “fantasmi del militarismo” mentre la città futuristica che li circondava lasciava il posto alle macerie della guerra. Nel commento correlato si leggeva il punto di cita espresso anche da altri media ed analisti cinesi ovvero che sotto la facciata glamour ispirata alla cultura pop giapponese (ed al suo respiro internazionale) si celasse la glorificazione dell’espansione militare. Ipotesi questa, ovviamente negata da Tokyo, che invece avverte nella crescente cooperazione militare tra Corea del Nord, Cina e Russia una minaccia per la sua sicurezza e per la stabilità regionale, paventando uno scenario simile all’invasione dell’Ucraina, come riferiva all’epoca della pubblicazione del Libro Bianco la testata sud coreana SBS (Seul Broadcasting System).
G.C.L.
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