CINA. Odisseo sbarca nella sale del Celeste Impero

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Il 14 agosto è uscito nelle sale cinesi The Odyssey di Christopher Nolan. Il The Guardian che sebbene le anteprime del weekend precedente l’uscita del film abbiano registrato il tutto esaurito e il Blockbuster abbia raggiunto la vetta della classifica dei film “più attesi” su Maoyan, la più grande piattaforma di biglietteria cinese, il suo lancio arriva in un momento in cui le produzioni occidentali faticano al botteghino.

Il quotidiano britannico, infatti, riporta che a causa delle crescenti tensioni con gli Stati Uniti, la Cina ha limitato il numero di film occidentali approvati per la distribuzione, con i film locali che negli ultimi anni hanno rappresentato circa l’80% degli incassi annuali al botteghino, poiché gli spettatori cinesi hanno mostrato una crescente preferenza per i film nazionali, in seguito agli sforzi del governo per promuovere il cinema interno. Però a causa della stagnazione dell’economia, continua il The Guardian, e l’uscita di una serie di blockbuster nazionali al di sotto delle aspettative hanno messo sotto pressione finanziaria molte sale cinematografiche, alcune delle quali hanno chiuso i battenti, spingendo le autorità cinesi ad emettere un avviso volto a rivitalizzare le sale cinematografiche del paese, incoraggiando gli operatori a diversificare la propria offerta includendo ristoranti e spazi espositivi. In questa situazione, i film di Hollywood sono tornati nelle sale, nonostante l’escalation della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, sebbene non ai livelli pre-Covid, poiché, spiega la critica cinematografica indipendente Yu Yaqin alla testata britannica, i film americani rimangono troppo importanti dal punto di vista commerciale perché le sale cinematografiche cinesi possano rinunciarvi.

Yu, riporta inoltre il The Guardian, ritiene che The Odyssey di Nolan possa avere successo sul mercato cinese poiché a suo avviso “l’idea di tornare a casa e ricongiungersi con la propria famiglia risuona con valori profondamente radicati nelle culture dell’Asia orientale” e in ciò sarà aiutato dall’intervista del regista con la podcaster Zhong Shu diventata virale.

Il Global Times, volto internazionale del Quotidiano del Popolo (Renmin Ribao), sottolinea come l’intervista di diciassette minuti condotta dalla giovane Zhong Shu, teorica politica, editorialista culturale e podcaster, abbia infranto ogni regola del giornalismo promozionale hollywoodiano convenzionale scatenando una frenetica condivisione globale innescando una profonda riflessione tra il pubblico e gli operatori dei media di tutto il mondo e portando innumerevoli osservatori stranieri a chiedersi perché i principali giornalisti occidentali non siano più in grado di offrire dialoghi culturali approfonditi e ponderati.

Zhong Shu, pseudonimo di Zhuge Yiyang, inizia la sua intervista, condotta in inglese, chiedendo a Nolan se si sentisse, rispetto ad Omero che scriveva con toni trionfalistici in un’epoca in cui la sua civiltà era in ascesa, “un bardo di una civiltà al tramonto”. Il regista angloamericano ha risposto a questa suggestione affermando che, dal suo punto di vista, questa visione di civiltà al tramonto sia presente tra le righe nello stesso poema, proponendo una visione ciclica secondo cui sebbene la civiltà che ha prodotto l’opera fosse in ascesa, guardasse a quella precedente, descritta dall’opera stessa, come punto d’arrivo percependola come più avanzata della propria. Nolan ha anche ammesso che il suo adattamento dell’Odissea potrebbe essere stato influenzato dalle tematiche sulla fine del mondo trattante nel suo precedente film, Oppenheimer, sottolineando come temi come la fine del mondo e il collasso di una civiltà risultino, da una prospettiva moderna, spaventosi ed interessanti.

Più avanti nella sua intervista Zhong Shu, ragionando sul fatto che viviamo in un’epoca che richiede che venga chiesto perdono per la “grandezza”, presentandolo quasi come un dato di fatto delle storie prodotte da Hollywood, mentre Omero, invece, nei suoi poemi la celebra, chiede a Nolan se il suo film rispondesse a questa sensibilità moderna e si scusasse per il senso di grandezza. Dopo una serie di riflessioni sul rapporto tra opera e pubblico, sulla critica cinematografica e sul significato di grandezza, il regista angloamericano risponde che sì bisogna scusarsi per la grandezza altrimenti il pubblico la rifiuta.

In un editoriale sul Global Times, Stelios Virvidakis evidenzia come paradossalmente, il film di Nolan possa essere criticato come un’interpretazione di Omero, ma che proprio questa lettura errata del poema potrebbe consentirgli di contribuire a un dialogo tra Oriente e Occidente. L’accademico greco riflette su come la dimensione morale dell’Odisseo del regista americano sia più vicina ad alcuni aspetti del pensiero confuciano che al modello omerico, sostenendo che prendendo come riferimento i valori confuciani, l’esigenza di esaminare e correggere la propria condotta secondo lo yi (la rettitudine), coltivando al contempo il ren (l’umana benevolenza), può essere interpretata come un riferimento a una forma più interiore e spirituale del nostos greco, ovvero un ritorno al proprio centro morale, situato all’interno di una rete di relazioni.

D’altro canto, però, Virvidakis evidenzia tutte le criticità dell’adattamento di Nolan concentrandosi soprattutto sul fatto, che nel tentativo di trasmettere un messaggio morale moderno, in gran parte estraneo al mondo di Omero, il regista angloamericano abbia snaturato la figura di Odisseo, non più polytropos (dal multiforme ingegno, per citare la traduzione di Pindemonti), ma un eroe (o sarebbe meglio dire un veterano) ripetutamente tormentato dal senso di colpa per le atrocità perpetrate o tollerate durante la guerra di Troia e, di conseguenza, alla ricerca di una qualche forma di espiazione.

Per questo motivo, secondo l’accademico greco, la domanda di Zhong Shu riguardo la cristianizzazione di Odisseo coglie nel segno, poiché dal suo punto di vista Nolan sembra averlo spostato dalla civiltà di vergona (in cui l’onore e la fama, così come percepiti dagli altri, rivestono un’importanza centrale) a cui apparteneva ad una di colpa (caratterizzata da un senso interiorizzato di responsabilità e rimorso per le azioni sbagliate, emersa in epoca classica). Secondo Virvidakis, Nolan sembrerebbe credere che tale transizione verso la colpa avvenga naturalmente una volta riconosciuta la forza dell’adesione alla “legge di Zeus”, in particolare negli obblighi di mutua ospitalità (xenia), collegando questi obblighi a una versione della “Regola d’oro”, intesa come principio di rispetto reciproco nel trattamento degli altri. Lo studioso ritiene questa interpretazione problematica, se considerata come una rappresentazione della morale omerica, considerando che le prime varianti della “Regola d’Oro” risalgano a circa il V secolo a.C., e anzi l’interpretazione del concetto di xenia, proposto da Nolan, dal suo punto di vista , potrebbe leggersi quasi come un imperativo protocategorico universale, qualcosa che potrebbe essere facilmente approvato da Kant, evidenziando oltre una “kantizzazione” dell’eroe omerico oltre ad una sua “cristianizzazione”. Tutto ciò, conclude Virvidakis, si differenzia significativamente dall’antico monito contro l’hybris (la tracotanza): l’avvertimento contro l’eccessiva superbia, la trasgressione dei limiti umani e la violazione dell’ordine divino e cosmologico che si incontrano con i poemi epici di Omero, così come nelle tragedie.

L’accademico greco conclude che pur volendo riconoscere a Nolan il diritto artistico di creare il suo Odisseo (un veterano di guerra depresso, consapevole dei pericoli derivanti dalla violazione delle regole morali e preoccupato di preservare i fondamenti normativi della civiltà), la difficoltà sta nel voler inserire questo nuovo eroe in un contesto a cui non appartiene, creando una tensione a la storia omerica che il film cerca di ricostruire e il dramma morale moderno che vi si sovrappone, che è in definitiva, a suo modo di vedere parte della debolezza del film.

Ben lungi dal cogliere lo spirito e le intenzioni della civiltà che ha raccolto e codificato l’Odissea, The Odyssey di Nolan offre, invece, una fotografia di quella che consideriamo la civiltà occidentale moderna. Odisseo nel kolossal hollywoodiano, non è più eroe della metis (l’astuzia, che è prerogativa solo di Zeus ed Atena), ma un uomo traumatizzato che ha perso se stesso, vittima dei suoi fantasmi, che attribuisce la sua grandezza solo alle atrocità commesse. Allo stesso modo la società occidentale sembra richiedersi su se stessa, lacerata da una crisi d’identità e tormentata dalla recrudescenza dei più beceri estremismi di tutti i colori politici (manifestatisi anche in questo caso alimentando le polemiche che hanno accompagnato l’uscita del film), ed incapace di porsi le giuste domande per uscire dal tunnel in cui da sola si è cacciata

In questo contesto è significativo che sia proprio una blogger cinese a chiedere se questa nuova Odissea non rappresenti, forse, il canto della fine di una civiltà. Citando un altro film di Nolan, Il Cavaliere Oscuro, si potrebbe affermare che il nuovo Odisseo è l’eroe che l’Occidente merita (o che meglio lo rappresenta), non quello di cui ha bisogno adesso. 

G.C.L

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