CINA. Meno lavoratori migranti e non è tutta colpa del Covid 19

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La vasta forza lavoro cinese di lavoratori migranti si sta riducendo e invecchiando, rispecchiando una tendenza più ampia che sta sollevando timori per la crisi demografica presente nella seconda economia più grande del mondo.

Per la prima volta dal 2008, il numero di lavoratori migranti in Cina è diminuito l’anno scorso, scendendo di 5,17 milioni dal 2019 a 285 milioni, secondo i dati del sondaggio dell’Ufficio Nazionale di Statistica.

Il calo è stato in gran parte attribuito alla pandemia di coronavirus, che ha gravemente interrotto l’economia all’inizio del 2020, costringendo molti lavoratori a rimanere nelle campagne a causa delle restrizioni di trasporto.

I settori dell’edilizia, alberghiero e della ristorazione hanno perso la maggior parte dei lavoratori migranti, parti dell’economia che sono state particolarmente colpite all’inizio della pandemia, secondo i darti ufficiali pubblicati lo scorso fine settimana, riporta Scmp.

Anche il numero di lavoratori impiegati nel settore manifatturiero è diminuito, ma ciò è in linea con una tendenza che ha visto più persone lasciare il lavoro nelle fabbriche per occupare posizioni nel settore dei servizi negli ultimi anni, e ha contribuito a mantenere stabile la disoccupazione complessiva.

Stando al China Labour Bulletin, la pandemia non può spiegare l’intero fenomeno: il tasso di crescita della popolazione dei lavoratori migranti si è stabilizzato negli ultimi anni, in gran parte perché meno giovani migranti stanno entrando nella forza lavoro, e la popolazione dei lavoratori migranti sta invecchiando costantemente. L’anno scorso, l’età media di un lavoratore migrante cinese è aumentata di 0,6 anni dal 2019 a 41,4, rispetto ai 34 anni del 2008. I lavoratori di età compresa tra i 16 e i 30 anni hanno rappresentato il 22,7 per cento della forza lavoro migrante totale l’anno scorso, in calo rispetto al 25,1 per cento del 2019. Un decennio fa, circa il 42 per cento dei lavoratori migranti rientrava in questa categoria di età.

La proporzione di lavoratori migranti di età superiore ai 50 anni è più che raddoppiata al 26,4 per cento nel 2020 da un decennio prima.

Proprio in tutta l’economia cinese, la popolazione in età lavorativa sta rapidamente ingrigendo. Questo ha portato ai timori di una crisi pensionistica che ha spinto Pechino ad annunciare che ritarderà l’età pensionabile per combattere gli effetti economici associati.

Nell’attesa dei risultati del censimento nazionale, le statistiche regionali hanno già mostrato che le nascite sono in costante calo e a livello nazionale ci si aspetta che la popolazione raggiunga il picco entro diversi anni. L’anno scorso, i salari mensili dei lavoratori migranti sono aumentati solo marginalmente del 2,8% rispetto all’anno precedente, fino a 4072 yuan, secondo l’Nbs. La crescita è stata minima dopo aver tenuto conto dell’inflazione del 2,5%, mostrando la pressione che la pandemia ha esercitato sui gruppi a basso reddito.

Anche la diffusione geografica dei lavoratori migranti cinesi è cambiata l’anno scorso, con più persone che hanno trovato lavoro nella Cina centrale e occidentale, e meno dirette nelle prospere province orientali.

Il numero di persone che hanno lasciato la loro città natale per lavorare è cresciuto del 42% nel primo trimestre rispetto a un anno prima, mentre l’economia si è ripresa da una contrazione storica tra gennaio e marzo del 2020. I loro redditi mensili sono cresciuti del 13,9 per cento su base annua a 4.190 yuan nel primo trimestre.

Graziella Giangiulio