CINA. L’FMI bacchetta Pechino e gli squilibri della sua economia

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L’economia cinese è diventata più squilibrata, ha detto il Fondo Monetario Internazionale in una revisione annuale pubblicata il 28 gennaio, mentre ha tagliato le sue previsioni per la sua crescita nel 2022.

Il Fondo ha attribuito il rallentamento della Cina al «rapido ritiro del sostegno politico, il ritardo nella ripresa dei consumi tra le ricorrenti epidemie di Covid-19 (…) e il rallentamento degli investimenti immobiliari». Ora si aspetta che il prodotto interno lordo si espanda del 4,8% nel 2022, in calo da una precedente proiezione del 5,6%, e del 5,2% nel 2023, riporta AF.

«La ripresa della Cina è ben avanzata, ma manca di equilibrio e lo slancio è rallentato», ha dichiarato l’Fmi. L’inflazione di base dovrebbe rimanere al di sotto dell’obiettivo del 3% di Pechino, mentre il surplus delle partite correnti dovrebbe ridursi nel 2022 all’1,5% del PIL dall’1,8% del 2021 con la normalizzazione della domanda di esportazioni legate alla pandemia.

Il significativo irrigidimento del sostegno della politica macroeconomica l’anno scorso ha rallentato lo slancio della crescita, ha detto il Fmi: «La politica fiscale è diventata fortemente restrittiva all’inizio del 2021, riflettendo lo spostamento dell’attenzione dei politici dal sostegno alla ripresa al deleveraging (…) Il ritiro ha rappresentato in gran parte diminuzioni degli investimenti pubblici, anche se alcuni sostegni fiscali mirati sono continuati, compresi selezionati tagli di tasse e imposte per le piccole imprese», si legge nel documento.

Di conseguenza, nei prossimi mesi sono attese misure di sostegno da parte della People’s Bank of China per stabilizzare la vacillante economia. La Cina ha visto una forte ripresa dal crollo indotto dalla pandemia, ma la crescita ha rallentato bruscamente nella seconda metà dello scorso anno.

«Le riforme strutturali – un requisito per la transizione della Cina verso una crescita di alta qualità, una crescita che sia equilibrata, inclusiva e verde – hanno progredito in modo disomogeneo nelle aree principali (…) Anche se le esportazioni hanno stimolato la crescita durante la pandemia, (…) i venti di coda globali sono pronti a soffiare, lasciando la seconda economia più grande del mondo a confrontarsi con gravi sfide», ha detto il FMI.

L’Fmi ha anche criticato il giro di vite della Cina sulle aziende tecnologiche, i fornitori di istruzione privata e altri settori, prendendo di mira la concorrenza sleale e la governance dei dati: «Un’ondata di misure politiche di regolamentazione rivolte ai settori tecnologici, anche se destinate a rafforzare la concorrenza, la privacy dei consumatori e la governance dei dati, ha aumentato l’incertezza politica (…) Questa incertezza è stata ulteriormente aumentata dallo stress finanziario affrontato dai grandi sviluppatori immobiliari a seguito degli sforzi politici volti a ridurre la leva finanziaria».

L’analisi ha esortato Pechino a premunirsi contro i rischi nel settore immobiliare «rafforzando il monitoraggio, la trasparenza sulle esposizioni al rischio, il coordinamento delle politiche e la comunicazione». Il Fondo ha anche richiesto misure per assicurare una concorrenza leale tra le imprese private cinesi e le sue imprese statali, avvertendo che tali riforme sono necessarie per affrontare il rallentamento della crescita della produttività.

Per l’Fmi, il riequilibrio verso un modello più basato sul consumo aumenterà le prospettive di crescita nel breve termine e fornirà un’espansione di alta qualità nel lungo periodo, arrivano a essere carbon fare prima del 2060.

Lucia Giannini