CINA. La stabilità di Hormuz è vitale per Pechino

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L'”Imperativo di Hormuz”  è un concetto geopolitico e strategico che evidenzia come la stabilità dello Stretto di Hormuz non sia solo una preoccupazione locale, ma una necessità vitale, macroeconomica e di sicurezza, per le principali potenze globali, in particolare la Cina, a causa della sua massiccia dipendenza dall’energia del Golfo Persico. 

Postula che il rapporto tra i consumatori dell’Asia orientale e i produttori dell’Asia occidentale si sia evoluto in un complesso sistema di sicurezza. In questa equazione, le pressioni esterne sui flussi energetici non prendono di mira solo il fornitore, ma espongono le vulnerabilità strategiche del più grande importatore mondiale, riporta AT. La stabilità nello Stretto di Hormuz non è solo una preoccupazione regionale per Teheran, ma un imperativo macroeconomico per Pechino.

Secondo i dati degli osservatori energetici internazionali, le importazioni di petrolio greggio della Cina hanno mantenuto massimi storici alla fine del 2025, con una media di oltre 13,18 milioni di barili al giorno (bpd). Nonostante l’aggressivo e lodevole sviluppo di capacità di energia rinnovabile da parte di Pechino, la sua base industriale, in particolare nei settori petrolchimico e dei trasporti pesanti, rimane strutturalmente dipendente dalle importazioni di idrocarburi.

Mentre la dottrina militare cinese si è storicamente concentrata sul “Dilemma di Malacca”, la realtà strategica dello Stretto di Hormuz è più profonda: circa il 50% delle importazioni di greggio della Cina proviene dal Golfo Persico. A differenza dei colli di bottiglia del trasporto, che teoricamente possono essere aggirati, Hormuz rappresenta un punto di origine e una vulnerabilità reciproca: i produttori necessitano di accesso al mercato per il reddito nazionale, mentre i consumatori necessitano di sicurezza fisica dell’approvvigionamento per mantenere la produzione industriale.

Una componente critica, spesso trascurata, di questa relazione energetica è concentrata nella provincia cinese dello Shandong, il fulcro delle raffinerie indipendenti note come “teiere”. Questi impianti, che rappresentano circa un quarto della capacità di raffinazione cinese, operano in un contesto di mercato feroce in cui i costi delle materie prime determinano la sopravvivenza.

Nel 2025 volumi stimati di greggio tra 1,3 e 1,4 milioni di barili al giorno sono transitati dall’Iran alla Cina. Questo commercio è guidato da una chiara logica economica: a causa delle sanzioni unilaterali, questo greggio viene spesso scambiato con uno sconto stimato tra gli 8 e i 12 dollari al barile rispetto ai prezzi di riferimento del Brent.

Per le raffinerie dello Shandong, questo “sconto regolamentare” funge da sussidio vitale, riducendo di fatto i costi di produzione del diesel e dei derivati ​​chimici e mantenendo così la competitività globale delle esportazioni manifatturiere cinesi.

Questo commercio è supportato da una “rete decentralizzata e resiliente” di logistica marittima. Questo sistema prevede trasferimenti da nave a nave in acque internazionali (spesso vicino al Sud-est asiatico) e l’utilizzo di diverse strategie di bandiera per superare gli ostacoli normativi. Questo esempio di “logistica marittima parallela” dimostra una sofisticata capacità di aggirare misure restrittive unilaterali, dimostrando che la domanda di mercato spesso aggira le barriere politiche.

La stabilità di questo flusso è soggetta a condizioni strategiche principali, con implicazioni distinte per l’economia cinese.

Si parte con la restrizione della catena di approvvigionamento: se le potenze occidentali intensificassero l’applicazione delle sanzioni, concentrandosi sui nodi logistici di questo commercio piuttosto che sulle sole transazioni finanziarie, l’impatto sarebbe principalmente economico.

Se poi le “reti parallele” subissero un’interruzione significativa, le raffinerie dello Shandong sarebbero costrette a sostituire i barili scontati con greggio a prezzo di mercato standard proveniente dall’Arabia Saudita o dall’Africa occidentale. La perdita dello sconto di circa 10 dollari al barile potrebbe erodere i margini di raffinazione, costringendo potenzialmente a un consolidamento nel settore indipendente cinese e facendo salire i prezzi interni del carburante.

Infine, se si verificasse una svolta diplomatica che portasse alla revoca delle sanzioni, Pechino si troverebbe ad affrontare una sfida paradossale. La Cina pagherebbe di fatto una bolletta energetica nazionale più alta, perdendo il vantaggio comparato che attualmente avvantaggia le sue industrie pesanti. 

Ma lo scenario più critico prevede un conflitto ad alta intensità o un’interruzione dello Stretto di Hormuz, punto di strozzatura globale. Qualsiasi azione militare unilaterale che rischi di chiudere lo Stretto farebbe impennare i prezzi globali del petrolio fino a prezzi superiori a 150 dollari al barile.

Dopo 90 giorni di conflitto, la Cina terminerebbe lesse riservì strategiche. Questa realtà crea un impatto economico reciprocamente garantito che lega la sicurezza del Golfo alla stabilità dell’economia cinese. Di conseguenza, Pechino ha un interesse legittimo a impedire qualsiasi iniziativa unilaterale da parte di potenze esterne che potrebbe destabilizzare la regione.

L’immensa dipendenza della Cina dall’energia del Golfo significa che la stabilità del Golfo Persico non è un lusso di politica estera per Pechino, ma una necessità economica interna.

Luigi Medici 

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