CINA. La risposta di Pechino alla blacklist commerciale di Trump

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Il 1° dicembre 2020 è entrata ufficialmente in vigore la legge cinese sul controllo delle esportazioni. È la prima legge nazionale cinese sul controllo delle esportazioni e come tale ha il potenziale per rimodellare il commercio cinese con il mondo. La prima bozza e un invito a presentare commenti pubblici sono apparsi nel giugno 2017; la versione finale è stata approvata dal Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo il 17 ottobre 2020.

Stando a quanti riporta The Diplomat, la legge è stata concepita «per adempiere agli obblighi internazionali, soddisfare i requisiti del controllo delle esportazioni in nuove circostanze e proteggere la sicurezza nazionale e gli interessi della Cina», si tratterebbe secondo le autorità cinesi di un aggiornamento completo dei regolamenti esistenti per il controllo delle esportazioni nucleari, biologiche, chimiche, missilistiche e militari.

Questo provvedimento deve essere amministrata dai Dipartimenti amministrativi per il controllo delle esportazioni dello Stato, sia del Consiglio di Stato che della Commissione militare centrale, a cui le aziende dovranno richiedere le licenze se vogliono esportare beni e servizi soggetti a restrizioni.

In particolare, la lista per il controllo delle esportazioni non è stata ancora pubblicata, anche se la legge è tecnicamente in vigore dal 1° dicembre. La legge prevede controlli sulle esportazioni anche per i prodotti e i servizi che non verranno inseriti nella lista di controllo se l’esportatore è o avrebbe dovuto essere a conoscenza dei potenziali rischi per la sicurezza nazionale o gli interessi nazionali della Cina. Il governo può anche limitare le esportazioni di prodotti non inclusi nella lista per un massimo di due anni utilizzando controlli “temporanei” sulle esportazioni.

Nella legge, si parla di dual use, prodotti militari, prodotti nucleari e ad altri beni, tecnologie, servizi e prodotti relativi al mantenimento della sicurezza nazionale e degli interessi nazionali, e all’adempimento degli obblighi anti-proliferazione e di altri obblighi internazionali. Si tratta di accezioni molto vaghe se si pensa anche che nel caso ByteDance-TikTok, Pechino si è opposta dal vedere l’algoritmo che regola il social perché la vendita è stata considerata una minaccia per gli interessi nazionali della Cina.

Il termine “sicurezza nazionale” combinato a “interessi nazionali” combinato con l’attribuzione agli esportatori dell’onere di decidere se anche i prodotti e i servizi non quotati in borsa richiedano una licenza di esportazione, fornisce alle autorità ampi poteri discrezionali in tema di export. Tutto ciò poi unito allo strumento del “credito sociale”fornisce un altro strumento legale per il Partito Comunista Cinese per costringere le imprese a rispettarne i dettami.

In estrema sintesi è la risposta di Pechino all’Entuty List dell’Amministrazione a Stelle e Strisce, usata sempre più spesso come arma nella guerra commerciale con la Cina. L’Entity List limita le aziende statunitensi dalla vendita di prodotti e servizi a determinati acquirenti. Il Dipartimento del Commercio Usa ha aggiunto Huawei alla lista nel maggio 2019; da allora è stata aggiunta una serie di aziende cinesi per i loro legami con l’esercito cinese e per la loro presunta associazione con le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang.

Antonio Albanese