Africa-Cina, un nuovo modello economico

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SENEGAL- Dakar. 24/5/13. Negli ultimi anni, la Cina e l’Africa hanno stretto e allacciato i rapporti istituzionali, commerciali, politica estera. La Cina ha beneficiato di petrolio dall’Africa, minerali, e dei mercati, mentre all”Africa sono arrivate da Pechino investimenti in infrastrutture, tecnologie nel settore sanitario, l’istruzione, e la nascita  delle PMI visto lo sviluppo del mercato interno. Secondo alcuni analisti europei i cinesi sarebbero i nuovi colonizzatori del millennio, per la Cina si tratta di un nuovo modello economico.

Il modello di sviluppo che la Cina sta esportando in Africa, combina investimenti produttivi e commerciali con prestiti agevolati e aiuti, contribuisce a rompere il ciclo di sottosviluppo in Africa – un obiettivo che le strategie di sviluppo a guida occidentale non sono riusciti a raggiungere.

L’Africa ora guarda sia per gli investimenti che per l collaborazioni commerciali ad altri mercati emergenti, tra cui India, Corea del Sud, Turchia, Brasile e Malesia. Tali sforzi hanno rafforzato la domanda mondiale di materie prime, mentre la diversificazione delle economie africane e il potenziamento della capacità produttiva dei fornitori nazionali. Oggi, il tasso di crescita economica dell’Africa è secondo solo all’Asia. Segno tangibile che il continente africano sarà protagonista dei prossimi trent’anni nella stira del globo terreste. Secondo le stime di crescita del mercato africano nel 2045 l’attuale miliardo di persone triplicherà. Di questi tre miliardi 1,1 miliardi di persone sarà in età lavorativa (più che in Cina o in India): se si guarda dunque nel lungo periodo tra trent’anni l’Africa sarà quello che oggi è la Cina. Ovviamente le previsioni degli analisti non tengono conto di quello che potrebbe essere un “rischio continentale” legato alla presenza di nuovi assetti politici di matrice estremista e così via. 

In ogni asp la crescita dell’Africa comincia a muovere il sentimento dei fondi e dei privati occidentali, europei e americani. Purtroppo però bisogna registrare il dato che lo sviluppo Africano non è omogeneo anzi, lo si può definire a macchia di leopardo.  Alcuni paesi – ad esempio, Ghana, Nigeria, Kenya, Etiopia, Sud Africa, Ruanda, Uganda, Angola, Mozambico e Zimbabwe – hanno largamente beneficiato coinvolgimento cinese, e ora si posso classificare tra le economie a più rapida crescita al mondo. Ma altri – tra cui i 14 paesi che formano la zona del franco (di cui 12 sono ex colonie francesi) – non hanno grandi investimenti cinesi, e quindi non partecipano al boom economico dell’Africa. La situazione della zona franco è aggravato dalle politiche economiche e monetarie distorte e disfunzionali.

Secondo fonti cinesi mentre la crescita del PIL della Comunità Finanziaria Africana (CFA), ha superato il resto dell’Africa nel 1990, da allora è in fase di stallo. Inoltre, il CFA deve ancora stabilire una funzionale tariffa estera comune, e il commercio intra-zona-franco si trova ad un mero 12 per cento nell’import dei suoi membri. In questo contesto, continuano le fonti cinesi, la decisione di mantenere il franco CFA, una moneta comune liberamente convertibile ancorato all’euro ad un tasso di cambio sopravvalutato in maniera significativa, è dubbia. Il sistema attuale genera deficit strutturali di bilancio, eccessiva dipendenza dalle importazioni, la corruzione endemica, riciclaggio di denaro, traffico di stupefacenti, e massiccia fuga di capitali. Particolarmente dannosi sono i 17,7 miliardi dollari in riserve di valuta estera che la Francia tiene in un conto speciale del Tesoro a un tasso di interesse del solo 1,5 per cento, garantendo in tal modo la convertibilità del franco CFA, che essa sottoscrive. In altre parole, la Francia utilizza le riserve africane per finanziare parte del suo deficit di bilancio a un tasso di interesse agevolato.

Nel frattempo, le banche francesi fanno pagare almeno il 5-6 per cento di interesse sui prestiti che concedono ai governi africani per finanziare i loro deficit di bilancio. Con il tasso di prestito commerciale ad un massimo del 18 per cento, e un credito bancario al settore privato della zona del franco sceso al 12,7 per cento del PIL, rispetto al 36,5 per cento dell’ Africa sub-sahariana e il 78,9 per cento nel Sud Africa, la regione si sente sotto scacco. Il primo ministro senegalese Abdoul Mbaye ha citato gli alti tassi di interesse, come uno dei principali ostacoli alla crescita del PIL.