CIAD. Oltre N’Djamena: il volto femminile della stabilità ciadiana nel Sahel 

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Il Ciad rimane uno dei nodi geopolitici più cruciali dell’intero Sahel. Nel cuore di questo spazio in transizione, la stabilità apparente del Paese è il risultato di un delicato equilibrio imposto da un’élite militare ristretta, mentre la società civile – e in particolare le donne – sopporta il peso delle trasformazioni politiche ed economiche in un contesto di crescente insicurezza regionale. Ciò che emerge è un Paese che si presenta come baluardo contro la frammentazione saheliana, ma che internamente fatica a costruire un modello politico inclusivo capace di resistere alle infiltrazioni esterne e ai movimenti che si alimentano alle sue frontiere porose.

L’eredità dell’era Idriss Déby continua a plasmare ogni aspetto della vita politica ciadiana. La sua architettura di potere, fondata su reti claniche zaghawa, su una macchina militare che ha strutturato lo Stato in forma verticale e su un equilibrio pragmatico con partner esterni, non è mai stata realmente smantellata. Con la morte del presidente nel 2021, il Paese non ha conosciuto un vero processo di transizione in quanto il potere si è semplicemente ricomposto attorno al figlio, Mahamat Idriss Déby, attraverso il Consiglio Militare di Transizione. La continuità del sistema ha garantito un’apparente stabilità, ma ha radicalizzato il dissenso e generato nuove forme di resistenza sociale, nelle quali le donne hanno assunto un ruolo crescente.

Nonostante le istituzioni promuovano una retorica di modernizzazione, la partecipazione femminile alla vita pubblica rimane limitata. Le donne ciadiane vivono una doppia marginalizzazione: da un lato le strutture patriarcali tradizionali che limitano mobilità, istruzione e autonomia economica; dall’altro un apparato statale che continua a percepirle come attori subalterni. Eppure proprio nei campi profughi, nelle periferie urbane, nelle aree rurali colpite dalla siccità, sono spesso le donne a sostenere la struttura sociale diventando figure imprescindibili per la stabilità comunitaria. La loro azione però non viene riconosciuta come capitale politico, nonostante la crescente presenza di attiviste che sfidano lo status quo.

La fragilità sociale si inserisce in un sistema economico altamente vulnerabile. Il Ciad è uno dei Paesi più dipendenti dal petrolio in Africa e sperimenta cicli di crescita erratici che non riescono a ridurre la povertà diffusa. Le donne sono le più esposte agli shock economici. Rappresentano la maggior parte della forza lavoro informale e subiscono in modo sproporzionato le fluttuazioni dei prezzi, la scarsità d’acqua e la desertificazione del Sahel. In molte zone rurali sono loro a gestire l’approvvigionamento idrico e la sopravvivenza agricola, ma la crisi climatica sta rendendo queste responsabilità sempre più insostenibili e aumentando i rischi di sfollamento interno.

Sul piano politico-militare, la postura interventista del Ciad ha sempre attirato l’attenzione internazionale. Considerato per anni “il gendarme del Sahel”, N’Djamena ha giocato un ruolo chiave contro i jihadisti e all’interno della forza congiunta del G5 Sahel. Tuttavia la capacità operativa reale delle forze armate ciadiane non corrisponde alla narrativa ufficiale. Le truppe sono sovraccaricate, la logistica è fragile e gli stipendi irregolari. In questo quadro, le donne soldato rimangono una presenza marginale e poco valorizzata; le poche che riescono a entrare nelle unità operative si scontrano con dinamiche gerarchiche rigide e con un ambiente spesso ostile, in cui i casi di molestie e discriminazioni sono difficili da denunciare e quasi impossibili da perseguire.

Il quadro regionale rende il Paese ancora più vulnerabile. A est, il conflitto in Sudan minaccia la stabilità del Ciad. Il Darfur, già storicamente connesso alle dinamiche etniche ciadiane, è di fatto un fronte aperto: le violenze hanno spinto centinaia di migliaia di persone oltre il confine, soprattutto donne e bambini in fuga dai miliziani delle Forze di Supporto Rapido. Molte delle donne sudanesi rifugiate in Ciad si trovano in campi sovraffollati, esposte a violenze sessuali, reclutamento forzato e traffici illeciti. Le organizzazioni femminili ciadiane stanno svolgendo un ruolo essenziale nel fornire supporto, ma le loro capacità sono condizionate dalla mancanza di fondi e dal controllo politico esercitato sulle ONG locali.

A nord, la Libia continua a essere un bacino di instabilità: gruppi ribelli ciadiani, trafficanti e mercenari attraversano le frontiere con facilità, alimentando un’economia di guerra che prospera sull’assenza di governance. Le reti criminali che vi operano sono coinvolte in traffico di migranti, armi e oro. Le rotte migratorie coinvolgono in modo diretto le donne, che affrontano rischi estremi di violenze e sfruttamento lungo percorsi clandestini sempre più pericolosi. I racconti delle sopravvissute rivelano l’intreccio tra crisi locale, collasso delle frontiere e fallimento delle politiche di protezione regionale.

Nella regione del Lago Ciad la minaccia di Daesh e di altri gruppi ad esso affiliati continua a destabilizzare intere comunità. Il reclutamento di donne e ragazze da parte dei gruppi jihadisti è un fenomeno crescente, spesso legato a matrimoni forzati o a forme di coercizione economica. Allo stesso tempo, numerose donne stanno emergendo come mediatrici comunitarie e protagoniste di programmi di deradicalizzazione, affidandosi a reti locali che colmano all’assenza di un intervento statale strutturato.

In questo scenario complesso la crescente competizione internazionale aggiunge ulteriori pressioni. La Francia mantiene una presenza strategica nonostante il ritiro da Mali, Burkina Faso e Niger, ma la sua influenza si sta notevolmente ridimensionando. La Russia, attraverso l’Africa Corps, si inserisce sfruttando le fratture interne e offrendo supporto politico e militare alternativo. Gli attori del Golfo, in particolare Qatar ed Emirati Arabi Uniti, investono per consolidare nuove sfere di influenza. Tutti questi attori si confrontano su un terreno fragilissimo, dove le tensioni interne possono rapidamente trasformarsi in crisi transregionali.

La società civile ciadiana resta uno degli ultimi argini a una deriva autoritaria sempre più evidente. Le proteste del 2022, duramente represse, hanno segnato un punto di svolta: molte delle voci più coraggiose erano di attiviste che chiedevano una transizione reale e la fine del monopolio politico-militare. Alcune sono state arrestate, altre costrette all’esilio. Nonostante ciò, il loro ruolo non si è esaurito ma anzi, attraverso reti informali, collettivi femministi e associazioni comunitarie, continuano a influenzare il dibattito pubblico e a denunciare le violenze di genere e gli abusi del potere.

Beatrice Domenica Penali 

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