Chi è il vero sconfitto uscente dalla tregua tra Israele ed Hamas?

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EGITTO – Il Cairo. Dopo otto giorni di scontri è stata raggiunta la tregua tra Hamas ed il governo israeliano ed è stata evitata la campagna di terra che avrebbe coivolto direttamente le truppe di Israele.

Hamas ha salutato questa tregua come una vittoria che ha dimostrato la caparbietà e la resistenza del popolo palestinese contro un avversario, lo stato di Israele, che possiede un potenziale bellico superiore. Ismail Haniyeh, capo di Hamas nella Striscia di Gaza, durante una intervista con al-Jazeera ha dichiarato che gli attacchi da parte israeliana in realtà hanno rappresentato un test di Tel Aviv alla politica estera egiziana ed una prova al neo governo di Morsi e della Fratellanza Musulmana. Secondo Haniyeh questi otto giorni di guerra hanno evidenziato l’unità del popolo palestinese e hanno conferito di nuovo all’Egitto il ruolo di leader regionale grazie alla sua mediazione nel raggiungimento della tregua.

La tregua è stata accolta positivamente dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti, dalla Turchia ed ha posto la fine a quello che i media occidentali hanno definito e disegnato come un conflitto in cui Israele ha causato più vittime tra i civili che tra le file di Hamas e dei gruppi jihadisti.

Hamas, acronimo di Harakat al-Muqawamma al-Islamiyya (Movimento di Resistenza Islamica) nacque durante la Prima Intifada come risposta da parte dei membri dei Fratelli Musulmani in Palestina alla sollevazione popolare e con la volontà di supportarla. Caratterizzatosi durante gli anni ’90 come un movimento terroristico, dagli inizi del nuovo millennio subì un processo di cambiamento che permise ad Hamas di candidarsi alle elezioni del 25 gennaio 2006 come partito e di vincere in modo inaspettato contro il ben più quotato e conosciuto al-Fatah. La relazione di Hamas e la Fratellanza Musulmana è quindi giustificata dal fatto che il Movimento di Resistenza Islamica altro non è che un partito “sussidiario” con sede in Palestina, e da questo si motiva l’importanza che il governo egiziano di Morsi ha avuto nel processo che ha portato la tregua.

Vieni da domandarsi però quale sia la prospettiva che il mondo occidentale e l’Italia debbano assumere su tale evento ed in linea generale su quelli che hanno investito e continuano a riguardare il mondo medio orientale e nord africano. Nel 2011 si era accolto con fervore e con benevolenza l’esplosione delle rivolte che portarono alla Primavera Araba vista come un “vento di democrazia” nel mondo arabo-musulmano capace di cacciare Ben Ali dalla Tunisia, Mubarak dall’Egitto, di far cadere (e morire) il regime dittatoriale di Gheddafi e capace di destabilizzare Bashar al-Assad in Siria e di produrre una guerra civile che attualmente conta già 40 mila morti.

A poco più di un anno da questi eventi in Tunisia il partito islamista Ennahda che ha vinto le elezioni ha varato una legge che tra le righe pone la figura della donna in secondo piano in linea con i dettami dell’Islam integrale; in Libia la situazione è ancora instabile, il CNR (Comitato Nazionale Rivoluzionario) attualmente non controlla completamente la totalità del territorio, si registrano ancora scontri tra i fedeli di Gheddafi e non e la transizione che dovrebbe “licenziare” le varie milizie che si sono formate durante la guerra civile a favore di un esercito regolare appare insicura. Inoltre la Libia con la caduta di Gheddafi appare un terreno maggiormente fertile alla penetrazione di cellule jihadiste collegate con al-Qaeda, minaccia che potrebbe riversarsi anche sull’Europa non distante ed immune.

L’Egitto si era “liberato” di Mubarak, leader ed oppressore del paese, ed ha visto l’elezione di Morsi come leader del paese supportato dai Fratelli Musulmani, movimento nato nel 1928 ad opera di Hasan al-Banna in Egitto creato come reazione alla occidentalizzazione della società islamica e come richiamo ad un Islam capace di intervenire sia nelle sfera privata che in quella pubblica e politica del Paese. Seppur con una visione maggiormente liberale, il Partito Libertà e Giustizia di Morsi appare collegato direttamente ai Fratelli Musulmani e pone dei dubbi sul suo operato e impone la domanda di come l’Egitto possa seguire le idee principali della Fratellanza Islamica senza porsi in contrasto con l’Occidente. Il ruolo di mediatore tra Hamas ed Israele, che gli Stati Uniti di Obama hanno conferito al Cairo, ha permesso all’Egitto di riguadagnare consensi nel mondo musulmano e mediorientale persi dopo il fallimento della Guerra dei Sei Giorni del 1967 e dopo gli accordi di Camp David del 1979 che portarono alla morte di Sadat, allora presidente del Paese. Nuovo prestigio che potrebbe rappresentare la linfa per un futuro interessamento diretto egiziano alla questione palestinese come revival degli anni ’60 e con il desiderio di riguadagnare i territori persi, tra cui il Sinai. La partecipazione dell’Egitto ai negoziati per portare alla tregua tra Palestina ed Israele avrebbe dovuto portare in secondo piano la notizia inerente l’approvazione avvenuta ieri 22 novembre 2012 della nuova costituzione egiziana ad opera del governo di Morsi la quale, secondo l’opinione dell’opposizione, sancisce la fine dello Stato di diritto e costituisce un tentativo di interrompere la rivoluzione e seppellire il processo di democratizzazione. El Baradei, uno dei leader dell’opposizione, nella giornata di ieri si era scagliato contro Morsi accusandolo di aver usurpato i poteri dello Stato e di essersi di fatto autoproclamato il nuovo “faraone” d’Egitto, andando quindi a sostituire Mubarak. 

La reazione da parte del popolo egiziano non si è fatta attendere, infatti coloro che si oppongono al governo di Morsi ed a questa decisione si sono diretti verso piazza Tahrir, simbolo della rivoluzione del 2011, mentre i sostenitori del Presidente si raccoglievano davanti il palazzo presidenziale di Heliopolis. I manifestanti si sono quindi scontrati contro la polizia ad Alessandria, al Cairo ed hanno dato fuoco agli uffici della Fratellanza Musulmana nella città di Suez, a Port Said e Ismailia (secondo quanto riportato dalla TV di stato egiziana).

Tale costituzione ha portato alle dimissioni di Samir Morcos, assistente cristiano copto di Morsi, mentre Ruper Colville, portavoce dell’Osservatorio sui Diritti Umani dell’ONU, si è detto preoccupato riguardo la situazione che si è andata a creare e riguardo il difficile rapporto che si sta andando a sviluppare tra costituzione e diritti.

I punti maggiormente criticati di tale costituzione sono quelli inerenti:

  • le indagini riguardanti l’uccisione dei manifestanti o l’uso della violenza nei loro confronti le quali saranno condotte nuovamente e quindi dovranno essere presentate nuovamente le prove a sostegno di tale accuse;
  • tutte le dichiarazioni costituzionali, le leggi ed i decreti approvati dal presidente Morsi le quali non potranno essere oggetto di ricorso o annullate da qualsiasi persona, organo politico o governo;
  • il Pubblico Ministero sarà nominato direttamente dal presidente per un termine fissato di quattro anni e dovrà avere un’età minima di 40 anni;
  • la proroga di due mesi dell’Assemblea Costituente istituita per redigere la costituzione;
  • la possibilità del presidente di prendere le opportune decisioni e misure più opportune al fine di preservare la rivoluzione, di preservare l’unità nazionale o la salvaguardia della sicurezza.

Tale eventi dimostrano il fallimento della tanto acclamata “Primavera Araba” la quale ha comportato soltanto un ulteriore clima di tensione sia nel Medio Oriente che nel Nord Africa lasciando una situazione di instabilità: la Siria con la propria guerra civile, l’Egitto con gli scontri dovuti al nuovo governo di Morsi e dei Fratelli Musulmani, la Libia con i problemi relativi alla sicurezza regionale, la Tunisia ed il passo indietro per quanto riguarda il processo di democratizzazione, e la Palestina in cui Hamas ed i gruppi legati all’Islam radicale stanno di nuovo rappresentando un problema ed ostacolo per il processo di pace con Israele, stato che oltre a dover fronteggiare le minacce provenienti dall’Iran di Ahmadinejad si vede “circondato” da possibili focolai di rivolte e basi dei fondamentalisti islamici, dimostrano come il binomio “democrazia-Islam” ,in cui la parola “democrazia” è intesa secondo il pensiero occidentale, sia soltanto un principio utopico applicabile tra i banchi accademici ma non sul campo.