
Il 26 giugno, il presidente del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore israeliano residente in Costa d’Avorio, Simon-Clément Seroussi, in una visita ufficiale che ha segnato formalmente l’inizio del suo incarico. Seroussi, accreditato anche in Benin e Togo, ha espresso l’auspicio di rafforzare la cooperazione bilaterale tra i due Paesi. L’evento avviene proprio nel momento in cui il Burkina Faso ha deciso di interrompere definitivamente le relazioni diplomatiche con la Francia, la sua ex potenza coloniale. La visita è inoltre vista come parte degli sforzi di Israele per ampliare la propria presenza nel Sahel.
L’interesse israeliano per il Sahel non è infatti recente. Da anni Tel Aviv considera questa regione un’area di rilevanza strategica per la propria proiezione nel continente africano. Già nel 2019 aveva posto le basi di una partnership militare con il Ciad, incentrata soprattutto sulle tecnologie per la sicurezza e sulla cooperazione nel settore della difesa, delineando una strategia volta a consolidare la propria presenza lungo l’area saheliana.
Questi sviluppi si inseriscono in un quadro diplomatico in continua evoluzione. Secondo diverse fonti provenienti dalla social sfera, sarebbero infatti in corso discussioni sui processi di normalizzazione tra alcuni Paesi del Sahel e Israele, con la mediazione del Marocco e degli Emirati Arabi Uniti, entrambi firmatari degli Accordi di Abramo. Le stesse fonti sostengono che la visita è vista come parte della più ampia strategia israeliana di estensione della propria rete di relazioni nella regione, compresi possibili colloqui riservati con il Mali, che sarebbero in corso da diversi mesi con il supporto di Abu Dhabi e Rabat.
A rendere ancora più complesso il quadro strategico è il rapido deterioramento della sicurezza nel Sahel. Negli ultimi mesi, infatti, JNIM- Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, affiliato ad al-Qaeda, e lo Stato Islamico nel Sahel hanno intensificato le proprie operazioni, sfruttando la debolezza degli apparati statali e la competizione tra attori regionali e internazionali. Le recenti offensive coordinate in Mali, condotte con il coinvolgimento di gruppi jihadisti e ribelli dell’Azawad (FLA), hanno evidenziato la crescente capacità di questi attori di colpire simultaneamente obiettivi militari e strategici, mettendo sotto pressione l’esercito maliano (FAMA) e i loro alleati russi (Africa Corps).
Va inoltre precisato che l’accreditamento del nuovo ambasciatore israeliano a Ouagadougou è avvenuto con alcuni mesi di ritardo. La richiesta era stata presentata nell’estate del 2025 e ha ricevuto il via libera solo a metà febbraio. Secondo quanto riportato da Africa Intelligence, Traorè avrebbe mantenuto canali di dialogo con Israele, nonostante una retorica pubblica fortemente anti-occidentale. Al contempo, il governo di Ouagadougou ha adottato un approccio prudente sul piano diplomatico, evitando di assumere una posizione netta nella condanna degli attacchi israeliani contro l’Iran.
Nel quadro di questa crescente proiezione israeliana nel Sahel, la dimensione della sicurezza interna assume un peso sempre maggiore. Oltre agli interessi diplomatici, commerciali e marittimi, Tel Aviv guarda con particolare attenzione al continente africano per la diffusione di gruppi armati e reti riconducibili al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Secondo quanto riportato dall’emittente pubblica israeliana Kan, Hamas avrebbe negli ultimi anni utilizzato alcuni Paesi africani come aree di transito e deposito di armamenti destinati successivamente alla Striscia di Gaza e ad altri teatri operativi. Per l’Iran, infatti, il Sahel rappresenta un’opportunità per ampliare la propria influenza in una fase di crescente pressione sul fronte mediorientale. Sfruttando il diffuso sentimento anti-occidentale e il sostegno alla causa palestinese, Teheran stringe nuove alleanze con le giunte militari nella regione attraverso offerte di cooperazione in materia di sicurezza, intelligence e assistenza militare, senza subordinare tali relazioni a richieste di riforme politiche.
I governi militari del Sahel, isolati dal sostegno occidentale, sono ora più propensi a collaborare con partner che offrono addestramento, intelligence ed equipaggiamento. In questo contesto, la disponibilità del Burkina Faso ad approfondire i rapporti con Israele sembra rispondere soprattutto ad esigenze pragmatiche piuttosto che ideologiche. Per Ouagadougou, l’accesso a tecnologie avanzate per la sorveglianza, il controllo delle frontiere, la condivisione di intelligence e il contrasto al terrorismo rappresentano un valore strategico in un contesto di sicurezza estremamente fragile. Per questo motivo, negli ultimi anni, Israele ha progressivamente ampliato il proprio ruolo nel settore della sicurezza africana, affiancando alla tradizionale diplomazia una più intensa cooperazione militare. Questo impegno è coordinato dal Dipartimento per la Cooperazione Internazionale in materia di Difesa (SIBAT) del Ministero della Difesa israeliano e sostenuto dalle attività del Mossad e di diverse aziende private israeliane specializzate in cybersecurity, sistemi di sorveglianza e addestramento delle forze armate. Oggi, Tel Aviv sembra intenzionata ad estendere la sua presenza anche nel Sahel trasformando la cooperazione in materia di sicurezza in uno dei principali strumenti della propria proiezione geopolitica nel continente.
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Cristina Uccello










