BURKINA FASO. Il leader militare Traoré: la Democrazia uccide

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Il leader militare del Burkina Faso, il capitano Ibrahim Traoré, che ha preso il potere con un colpo di stato nel settembre 2022, ha dichiarato pubblicamente ai giornalisti il 3 aprile durante una tavola rotonda trasmessa dalla televisione di stato, che “la gente deve dimenticare la democrazia” e che “la democrazia uccide”. Secondo la visione di Traoré quindi la governance democratica non funzionerebbe per il suo Paese e il Burkina Faso deve superarla. Traoré ha rilasciato queste dichiarazioni nel contesto della campagna militare in corso contro i gruppi armati jihadisti che controllano ampie porzioni del territorio nazionale. Ciò conferma l’intenzione di Traoré di prolungare il regime militare, quasi quattro anni dopo averne assunto il controllo.

Traoré si era inizialmente impegnato a organizzare le elezioni entro luglio 2024 nel Paese dell’Africa occidentale per ripristinare il governo democratico. Ma un anno dopo il colpo di stato, ha affermato che non ci sarebbero state elezioni fino a quando il Paese – che da oltre un decennio lotta per contenere le insurrezioni islamiste legate ad al-Qaeda (JNIM) e allo Stato Islamico – non fosse stato sufficientemente sicuro da permettere a tutti di votare, con la giunta che annunciava la proroga del suo mandato per altri cinque anni. Traoré, che si ispira all’ex leader burkinabé Thomas Sankara, e si presenta come suo erede e si oppone all’imperialismo occidentale, ha già introdotto misure come l’istruzione universitaria gratuita e la creazione di punti di approvvigionamento idrico autonomi, mentre i critici hanno denunciato una crescente deriva autoritaria sotto la sua amministrazione, reprimendo al contempo l’opposizione politica e i media indipendenti. Nonostante ciò, e la sua reputazione autoritaria, Traoré ha guadagnato seguito in tutto il continente per la sua visione panafricanista e la sua critica all’influenza occidentale.

Interrogato sulle elezioni il trentottenne Traoré ha affermato che la sua amministrazione è concentrata su altre sfide. “Dobbiamo dire la verità: la democrazia non fa per noi” e che la questione della democrazia va dimenticata. Citando l’esempio della Libia, dove, a suo dire, degli stranieri hanno cercato di “imporre la democrazia”, da allora, il Paese nordafricano non è riuscito a tenere elezioni ed è diviso tra due amministrazioni rivali, oltre a numerosi gruppi armati. Basti menzionare anche il fatto che il governo di Traoré ha sciolto tutti i partiti politici a gennaio, annunciandone il divieto, nell’ambito di un piano per “ricostruire lo Stato”, dopo aver precedentemente sospeso le attività politiche. Prima del colpo di stato, il Paese contava oltre 100 partiti politici registrati, di cui 15 rappresentati in parlamento dopo le elezioni generali del 2020. Traoré ha dichiarato che i partiti politici sono fonte di divisione e pericolosi ed ha suggerito che la maggior parte degli africani non desidera il sistema democratico e che il Burkina Faso ha un proprio approccio alternativo, senza però fornire dettagli. Anche i vicini Mali e Niger, governati da militari che hanno preso il potere con colpi di stato, hanno sciolto i partiti politici in modo analogo. 

Altro fattore rilevante sono le insurrezioni islamiste in tutti e tre i Paesi che hanno causato migliaia di morti e milioni di sfollati nell’ultimo decennio. Il Burkina Faso, come Mali e Niger, si è allontanato dalla collaborazione con i paesi occidentali, in particolare la Francia, nella sua lotta contro i militanti islamisti. Tutti e tre si sono invece rivolti alla Russia per ottenere assistenza militare, ma la violenza persiste. A differenza di molti paesi europei che si sono categoricamente rifiutati di vendere equipaggiamento militare al Burkina Faso, Mosca si sta dimostrando pienamente disponibile e flessibile, ha dichiarato Ibrahim Traoré ai media. “Qualsiasi cosa siamo disposti a pagare, i russi sono pronti a vendercela”, ha osservato, definendo la Russia un partner strategico. Tuttavia, nessun paese sta fornendo un aiuto concreto sul campo, poiché sono esclusivamente i soldati burkinabé a combattere e a riconquistare i territori, ha ribadito. In più, in occasione della Pasqua, il Presidente Traoré invoca la coesione nazionale e la coesistenza pacifica.

Il Burkina Faso, quindi, è stretto nella morsa di una crescente insurrezione jihadista che si è diffusa in tutto il Sahel. Una delle ragioni addotte dai militari per la presa del potere era la necessità di contrastare i gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda, JNIM in primis. Human Rights Watch (HRW) ha pubblicato un rapporto che indica come, dal 2023, l’esercito del Burkina Faso e le milizie alleate -i cosiddetti Volontari per la Difesa della Patria- abbiano ucciso più del doppio dei civili rispetto a quelli imputati ai militanti islamisti. Entrando nel dettaglio HRW ha affermato che oltre 1.800 civili sono stati uccisi in Burkina Faso da quando Traoré ha preso il potere, in 57 episodi tra gennaio 2023 e agosto 2025, tra cui decine di bambini. La giunta ha definito il rapporto “falso” respingendo le conclusioni come “congetture e gravi affermazioni infondate”, aggiungendo che ha “un solo scopo… demonizzare” le truppe del Paese, che hanno sempre combattuto con “professionalità”. HRW ha riscontrato che il presidente Traoré e sei alti comandanti militari “potrebbero essere ritenuti responsabili, in virtù del loro ruolo di comando, di gravi abusi e dovrebbero essere indagati”. Ha inoltre sostenuto che cinque leader jihadisti potrebbero essere colpevoli. 

Il rapporto si basa sull’analisi di informazioni di pubblico dominio, tra cui foto, video e immagini satellitari, e su interviste a testimoni e sopravvissuti. “La portata delle atrocità che si stanno consumando in Burkina Faso è sconvolgente, così come la mancanza di attenzione internazionale verso questa crisi”, ha dichiarato Philippe Bolopion, direttore esecutivo di HRW. L’organizzazione per i diritti umani ha affermato che JNIM ha fatto ricorso a minacce e violenze diffuse per dominare e punire le comunità, prendendo di mira i civili che si rifiutavano di sottomettersi alla sua autorità, accusandoli di sostenere il governo. Infine, HRW sta ora sollecitando la Corte Penale Internazionale ad aprire un’indagine preliminare sui presunti crimini commessi da tutte le parti coinvolte ed ha inoltre chiesto ai partner e ai donatori del Burkina Faso di imporre sanzioni e di astenersi dal cooperare con l’esercito.

Paolo Romano

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