BOLIVIA. Mandato di arresto per Evo Morales accusato di terrorismo

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Il 29 luglio scorso, la procura dipartimentale di Santa Cruz ha emesso un mandato di arresto nei confronti dell’ex presidente boliviano Evo Morales (2006-2019) per il suo presunto ruolo nei blocchi stradali e nelle proteste che hanno paralizzato alcune zone della Bolivia per 53 giorni tra maggio e giugno.

Il documento, firmato dal procuratore Brayan Melgar Ledezma dell’unità specializzata per la lotta alla corruzione, nomina Morales e altri individui non identificati in relazione a sei presunti reati: insurrezione armata contro la sicurezza e la sovranità dello Stato, terrorismo, messa in pericolo della sicurezza dei trasporti, associazione a delinquere, istigazione pubblica a commettere reati e messa in pericolo della sicurezza dei servizi pubblici. L’indagine trae origine da una denuncia presentata dal Comitato Civico Pro Santa Cruz, a cui si è poi unito il Ministero dell’Interno, riporta MercoPress.

Morales ha respinto le accuse, definendole una persecuzione politica e un tentativo di distogliere l’attenzione dalla crisi economica del Paese. Sul social network X, Morales ha scritto che la sua posizione è sempre stata chiara: è solidale con chi soffre a causa dell’austerità, della carenza di carburante, dell’aumento del costo della vita, dell’insicurezza e della diffusione del narcotraffico, e che non si lascerà intimidire. Il messaggio è stato pubblicato dal Chapare, la regione tropicale di Cochabamba, dove si trova tuttora sotto la protezione delle organizzazioni dei coltivatori di coca.

Lo scopo delle proteste è controverso. La denuncia sostiene che miravano alle dimissioni del presidente Rodrigo Paz; Morales afferma invece che chiedevano al governo misure socioeconomiche, non la partenza del presidente. Lo stesso Morales ha scritto il 24 maggio che Paz aveva due opzioni nella crisi: militarizzare il paese o indire elezioni entro 90 giorni.

Le proteste sono iniziate tra le organizzazioni agricole Aymara di La Paz e i sindacati che chiedevano maggiore voce in capitolo nelle decisioni governative, e hanno tenuto bloccata la capitale amministrativa per quasi due mesi. Il quotidiano spagnolo El País ha riportato 22 morti, una cifra che non è stata confermata da fonti indipendenti. Quando l’accordo di pacificazione fu firmato il 20 giugno, il bilancio delle vittime era di 14 morti.

Le accuse riguardano anche il capo della Federazione Centrale dei Lavoratori Boliviani, Argollo, e il leader agricolo di La Paz, Vicente Salazar, in custodia cautelare dal 6 luglio. Il caso del leader sindacale è delicato per il governo: è stato il principale negoziatore dell’accordo di giugno con Paz, che, secondo la stessa fonte, prevedeva il rispetto dell’immunità sindacale e l’archiviazione dei procedimenti legali contro i membri della federazione sindacale.

Morales è inoltre ricercato con un mandato d’arresto emesso nell’ottobre 2024 per non essersi presentato in un processo per presunti abusi su minore, una questione tuttora irrisolta e le cui accuse egli nega, attribuendole a motivazioni politiche. Le autorità sono state criticate per non aver dato esecuzione a tale mandato.

Maddalena Ingroia 

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