
Si sono verificati scontri negli ultimi giorni in Bolivia nella capitale La Paz tra sindacati dei minatori, gruppi di protesta e forze dell’ordine, mentre i manifestanti chiedevano le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, a causa del peggioramento della crisi economica nel Paese e la carenza di cibo ha alimentato la rabbia popolare. I dimostranti si sono scontrati con la polizia nel tentativo di prendere d’assalto Piazza Murillo, la piazza principale del governo boliviano, lanciando oggetti simili a pedine esplosive. Nel frattempo, blocchi stradali e manifestazioni continuano in diverse zone del Paese, tra cui El Alto, e i rapporti regionali indicano un peggioramento della situazione della sicurezza mentre le autorità cercano di ripristinare la circolazione stradale. Le proteste sarebbero guidate da Evo Morales, che avrebbe ordinato il blocco per evitare di essere catturato dopo il suo processo per presunta gestione di una rete di traffico di minori ed avrebbe gestito la più grande rete di pedofilia del paese. Infatti, alcuni militanti fedeli all’ex presidente stanno dimostrando la propria forza paramilitare e il controllo delle autostrade in Bolivia.
La Bolivia sta attraversando la sua peggiore crisi da anni: imponenti proteste multisettoriali circondano La Paz dopo tre settimane di violenti blocchi, accusando il presidente di centrodestra di favorire i ricchi, reprimere l’opposizione, aggravare la crisi economica e alimentare l’inflazione oltre che un aggravarsi della carenza energetica. Rispetto a quanto sta accadendo sono giunte prontamente reazioni internazionali: il 16 maggio vi è stata una dichiarazione congiunta di Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panama, Paraguay e Perù che respinge il tentato colpo di stato e qualsiasi azione volta a destabilizzare l’ordine democratico e ad alterare il quadro istituzionale del governo costituzionale dello Stato Plurinazionale della Bolivia. I paesi firmatari esprimono anche la loro preoccupazione per la situazione umanitaria, mentre Colombia, Messico e Brasile hanno rifiutato di firmarla. L’Argentina ha annunciato al contempo l’invio di un aereo militare per il trasporto di generi alimentari in Bolivia, a seguito delle proteste e dei blocchi stradali che hanno causato carenze in diverse città. La missione umanitaria è stata coordinata a seguito di una richiesta del governo boliviano. Il presidente colombiano Gustavo Petro afferma che le mobilitazioni contro il governo di Rodrigo Paz sono una “rivolta popolare” nata in “reazione all’arroganza geopolitica”, ignorando, come scrivono i suoi detrattori, però il tentativo di Morales di impedire alle forze militari di arrestarlo per poterlo processare per i crimini di cui è accusato.
Proprio l’ex presidente Morales afferma attraverso i suoi canali social che il governo boliviano, con il sostegno del Comando Sud degli Stati Uniti, sta pianificando di catturarlo o ucciderlo in un’operazione militare contro di lui e le sue milizie. A fargli eco anche attivisti boliviani. Sostiene che tra i promotori di tale azione figurano diversi alti funzionari come ex ministri fuggiti o che si trovano negli USA. “Prima di ciò, il governo sta conducendo un’intensa campagna di diffamazione, insulti e accuse infondate, con la consulenza di esperti stranieri in guerra sporca e fake news, come l’argentino Fernando Cerimedo, inviato in Bolivia dal politico di destra Javier Milei, le cui operazioni sporche sono già state smascherate da onesti giornalisti boliviani”, aggiunge. In un’intervista a Radio 10 il 19 maggio ha accusato il governo di Milei di aver fornito equipaggiamento antisommossa, truppe militari e forze di polizia per aiutare le autorità boliviane durante i disordini in corso.
Un rapporto di Unitel ha rivelato, come accennato, che sindacati, presumibilmente sotto pressione di Evo Morales, stanno costringendo gli indigeni e gli agricoltori a protestare in piazza. Alcuni sarebbero stati portati via con la forza, e coloro che si rifiutavano di partecipare sarebbero stati multati di 100 boliviani o avrebbero subito il sequestro dei prodotti come punizione. Secondo il rapporto, non avrebbero avuto altra scelta che obbedire all’ordine.
Erik Prince, il creatore della compagnia militare privata Blackwater, ha lanciato un avvertimento sui gruppi armati colombiani che si sarebbero già infiltrati in Bolivia sotto il comando di Gustavo Petro: “Agite immediatamente per impedire la violenta presa di potere del governo boliviano da parte di un cartello internazionale di terroristi narco-comunisti finanziato e diretto dal leader dei coltivatori di coca in Bolivia, Evo Morales, “Paz è in carica da pochi mesi e sta cercando di ripulire il Paese dalle bande della criminalità organizzata, molte delle quali legate a Morales, che hanno causato danni, violenze e difficoltà economiche in Bolivia”. Successivamente, invece, Petro ha dichiarato: “La collaborazione di Milei con la repressione del popolo boliviano è paragonabile a quando Hitler aiutò Franco nei bombardamenti nazisti in Germania”. Questo ha avuto immediate conseguenze. Per la prima volta nella storia dei due Paesi, il governo boliviano ha dichiarato l’ambasciatrice colombiana Elizabeth García Carrillo persona non grata e ne ha ordinato l’espulsione dal Paese. Si precisa però che questo provvedimento non implica la rottura delle relazioni diplomatiche.
Il 19 maggio un gruppo di cittadini alleati del presidente Paz si è riunito vicino alla sede della Vicepresidenza e, dopo aver intonato l’inno nazionale, ha chiesto la dichiarazione dello stato d’assedio: “el MAS nunca más”. Ritengono che sia la misura necessaria per sbloccare le autostrade e consentire il rifornimento dei mercati, oltre a permettere l’arresto immediato dei militanti fedeli a Morales, accusati di saccheggiare e distruggere diverse proprietà in tutto il paese. In contrapposizione, il gruppo indigeno “Ponchos Rojos” ha annunciato la propria prontezza alla guerra in seguito alle dimissioni di Paz. Infatti, MERCOPRESS, riporta che lo stesso governo ha denunciato il 18 la presenza di “gruppi armati” nella marcia, di sei giorni dagli altipiani, di contadini e sostenitori di Morales, giunti a La Paz, sede del potere esecutivo e legislativo. Il viceministro degli Interni Hernán Paredes ha stimato in “poco più di diecimila persone” la colonna di manifestanti – include i Ponchos Rojos, la Centrale dei Lavoratori Boliviani (COB) e la Federazione Contadina Tupac Katari di La Paz, tutti storici alleati del Movimento per il Socialismo – che ha fatto ingresso nella capitale dalla vicina città di El Alto, in quello che le autorità hanno descritto come un tentativo dell’ex leader di destabilizzare l’esecutivo a sei mesi dall’inizio del suo mandato. Altri settori che inizialmente si erano uniti al conflitto, tra cui cooperative minerarie, insegnanti e federazioni sindacali di El Alto, hanno raggiunto accordi con il governo nei giorni scorsi e si sono ritirati dalla protesta. Dropsite News, invece, riferisce che il governo ha ordinato l’arresto dei principali leader dei movimenti indigeni e dei sindacati dei minatori, in quanto accusati di terrorismo per aver organizzato lo sciopero generale contro la fame, che prosegue da oltre una settimana. Nel complesso quindi, i documenti dimostrano che il governo sta intensificando la sua risposta, descrivendo parte del movimento di sciopero non semplicemente come disordini civili, ma come potenziale terrorismo e attività criminale organizzata.
Paolo Romano
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