BIELORUSSIA. Quanto resta ancora a Lukashenko?

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Il regime del presidente Alexander Lukashenko in Bielorussia ha subito un colpo da cui potrebbe non riprendersi se la Russia non decide di tenerlo in vita. Migliaia di manifestanti hanno nuovamente riempito le strade di Minsk lo scorso fine settimana, e l’indignazione rimane palpabile.

Lasciato a lottare per la sopravvivenza dopo aver rivendicato un’improbabile vittoria tre settimane fa, il leader bielorusso ha reagito con una violenta repressione e migliaia di arresti, riporta Bloomberg. Ma con il diffondersi delle proteste e degli scioperi, Lukashenko è apparso al limite.

A un certo punto, si è recato in una fabbrica di proprietà dello Stato – per visitare le stesse persone che una volta gli avevano dato il merito di aver salvato il loro posto di lavoro, per poi trovarle a urlargli “vattene” quando si è rivolto a loro.

Eppure, Lukashenko sta inviando segnali sempre più belligeranti, come il video in cui scende da un elicottero con un giubbotto antiproiettile e una pistola, accompagnato dal figlio adolescente in tenuta da combattimento. Ha parlato, senza prove, di forze straniere che si ammassano sul confine. Reporter e capi della protesta sono stati arrestati, e il consiglio di coordinamento dell’opposizione per il passaggio di potere è sotto inchiesta. Durante il fine settimana, il governo ha espulso i giornalisti stranieri che coprivano le manifestazioni in corso. Niente di tutto ciò indica una leadership che sta per cedere. Lukashenko deve ringraziare quindi Mosca che lo appoggia.

Il presidente russo Vladimir Putin non ha d’altronde altra scelta: non vuole un movimento democratico alle porte di casa sua, ma è sempre restio a sostenere un alleato inaffidabile, si veda la querelle sull’acquisto di petrolio e gas, e diffida di alienarsi una popolazione ampiamente ben disposta verso la Russia. In un’intervista televisiva la scorsa settimana, Putin è stato chiaro. Con un rapido cenno alla volontà del popolo bielorusso, ha chiarito che la Russia non poteva essere indifferente al destino del suo alleato e che sarebbe intervenuto se necessario. Lukashenko, disse Putin, aveva fatto abbastanza concessioni.

Era un segnale di sostegno all’apparato di sicurezza su cui è costruito l’intero edificio di Lukashenko. Ciò non significa che l’intervento militare sia impossibile, ma questa non è l’Ucraina. In Bielorussia, la Russia sta sostenendo un autocrate impopolare, e Mosca non ha bisogno di carri armati per questo. Anzi, ha già inviato giornalisti per far funzionare la televisione di Stato, e ha lasciato le sue impronte su un racconto governativo che parla sempre più di una minaccia esterna inesistente e sta premendo per la realizzazione di accordi di “federazione” tra i due stati, sui quali il leader bielorusso era sempre più restio.

L’Occidente finora ha agito con cautela, giustamente diffidando di provocare Mosca. Ha chiesto nuove e corrette elezioni. Eppure ha poca influenza e gli sforzi iniziali di sanzione sembrano improbabili per far cambiare idea, mentre incoraggiano Lukashenko a minacciare di far leva sulla posizione geografica strategica del Paese e di bloccare il flusso di merci europee verso la Russia.

La repressione del regime e la volontà di tagliare internet a piacimento costa al Paese oltre 56 milioni di dollari al giorno, secondo il Financial Times. L’economia è già crollata e i cervelli sono in fuga dal paese. Ci sarà con elevata probabilità un’inevitabile stagnazione economica, che potrebbe diventare troppo pesante anche per Mosca.

Anna Lotti