BALCANI. Sono forti le divisioni sulla questione ucraina

208

La decisione della Federazione russa di riconoscere l’indipendenza delle due repubbliche separatiste di Lugansk e Donetsk nel Donbass ha inevitabilmente avuto ripercussioni anche sulle dinamiche regionali dei Balcani, dove nelle scorse settimane alcuni governi locali esitavano a schierarsi in merito alla crisi in Ucraina. Primo fra tutti il Montenegro, membro della NATO dal 2017, dove ieri il Presidente Milo Đukanović ha condannato l’azione di Mosca come una violazione del diritto internazionale.

Le divisioni politiche interne dei singoli Paesi sulla questione ucraina hanno riguardato anche la stessa Unione europea: in Croazia ancora a gennaio il Presidente Milanović aveva accusato Ue e Stati Uniti di aver provocato il “colpo di stato” del 2014, riferendosi alle proteste di piazza Majdan; all’annuncio del riconoscimento delle due repubbliche separatiste da parte della Russia, il Premier Andrej Plenković si è unito alle condanne dei partner europei. Anche in Slovenia il Primo Ministro Janez Janša, ultimamente spesso schierato con le linee politiche alternative proposte dall’omologo ungherese Viktor Orban, non solo ha parlato di una violazione del diritto internazionale, ma ha anche auspicato che la risoluzione di questa crisi possa portare a una concreta prospettiva di integrazione europea per Kiev.

Diverso e ben più ambiguo l’atteggiamento della Serbia, il paese che nella regione ha da sempre uno stretto legame con la Russia per ragioni storiche, culturali e religiose. La questione potrebbe infatti rappresentare un rischio per la campagna elettorale del Presidente Aleksandar Vučić e della Premier Ana Brnabić in vista delle elezioni generali del 3 aprile. Negli ultimi anni, Belgrado ha sempre voluto tenere aperta la prospettiva di integrazione europea, molto improbabile non solo per la questione della garanzia dello stato di diritto su cui Bruxelles insiste, ma anche sulla questione del Kosovo e sull’estrema fragilità dell’assetto istituzionale della Bosnia Erzegovina. Secondo Vučić, il discorso di Vladimir Putin pone la Serbia ancora più sotto pressione da parte dell’Occidente per l’imposizione di sanzioni contro Mosca. L’opposizione è pronta a condannare le mosse del Presidente che ovviamente mettono Belgrado alle strette anche per quanto riguarda la questione energetica. Secondo il Presidente dell’Assemblea nazionale Ivica Dačić, leader del Partito socialista di Serbia, non avrebbe senso schierarsi con le deboli linee politiche di Bruxelles quando la maggioranza della popolazione serba sostiene le decisioni di Mosca.

La questione ha avuto un’eco anche in Kosovo, paese che per la fragilità delle istituzioni interne e soprattutto per il mancato riconoscimento da parte di alcuni membri NATO come Spagna e Grecia ancora non fa parte dell’Alleanza atlantica, di cui comunque è un solido alleato nella regione. Dall’inizio del proprio mandato lo scorso anno la Presidente Vjosa Osmani ha sempre lavorato per l’ingresso del Paese nella NATO, e ovviamente la crisi ucraina e le ambiguità della Serbia potrebbero rappresentare un vantaggio in questo senso; Osmani infatti ,ha da subito parlato dell’”impegno attivo del Kosovo nel presentare proposte concrete” per garantire stabilità e sicurezza.

Il riconoscimento da parte di Mosca delle due repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk avrà quindi anche effetti sulle dinamiche regionali dei Balcani. Al centro rimane l’atteggiamento della Serbia: una presa di posizione da parte di Belgrado avrebbe ripercussioni su tutti gli altri paesi della regione. Se fino a poche settimane fa Bruxelles ha sempre posto l’accento sulla questione del corretto funzionamento delle istituzioni democratiche e della garanzia della libertà di stampa e dello stato di diritto, il rapporto tra Belgrado e Mosca sarà ora al centro del dialogo.

Carlo Comensoli