
La disponibilità del presidente argentino Javier Milei a inviare truppe in Medio Oriente, qualora richiesto dagli Stati Uniti, ha alimentato crescenti preoccupazioni in Argentina, un Paese che storicamente ha mantenuto una posizione equidistante nei conflitti internazionali e dove si stanno diffondendo timori di possibili rappresaglie.
Il Ministro delle Comunicazioni Javier Lanari ha confermato al quotidiano spagnolo El Mundo che il governo argentino fornirà “qualsiasi aiuto” Washington ritenga necessario. “Se gli Stati Uniti lo richiedessero, sì. Qualsiasi aiuto ritengano opportuno, verrà fornito”, ha affermato, pur precisando che non è stata ancora presentata alcuna richiesta formale. Il Ministro degli Esteri Pablo Quirno ha evitato di entrare nei dettagli sull’invio di truppe, ma ha indicato che la posizione del governo è chiara: “Nella misura in cui avranno bisogno del nostro sostegno, è chiaro quale sarà la nostra posizione”, riporta MercoPress.
Lo stesso Milei ha definito l’Iran “nostro nemico”, citando gli attentati del 1992 e del 1994 contro l’ambasciata israeliana e il centro comunitario ebraico AMIA di Buenos Aires, per i quali i tribunali argentini ritengono Teheran responsabile. «Ci hanno piazzato due bombe. Sono nostri nemici», ha dichiarato durante un viaggio a New York, dove ha anche affermato: «Vinceremo la guerra». L’Argentina, insieme al Canada, è uno dei pochi Paesi ad aver esplicitamente sostenuto l’offensiva israelo-americana, secondo la CNN.
La retorica ha provocato una reazione diretta da parte di Teheran. Il quotidiano statale Tehran Times ha pubblicato un editoriale in cui avvertiva che Milei aveva oltrepassato «una linea rossa imperdonabile» e che la sua posizione obbligava le autorità iraniane a elaborare «una risposta proporzionata». Anche il capo del Dipartimento per le Americhe del Ministero degli Esteri iraniano ha lanciato un avvertimento.
Il 24 marzo, Milei ha partecipato a una cerimonia per il 34° anniversario dell’attentato all’ambasciata israeliana a Buenos Aires, dove ha affermato che il mondo sta vivendo «un momento storico» e che gli Stati Uniti e Israele «hanno deciso di porre fine al regime iraniano». I membri della comunità ebraica presenti hanno approvato il sostegno del presidente, ma hanno espresso preoccupazione per possibili ritorsioni, secondo EFE.
All’opposizione, il governatore di Buenos Aires, Axel Kicillof, ha esortato Milei a non coinvolgere l’Argentina in una guerra straniera. Sono state presentate al Congresso due proposte di legge per fermare le “dichiarazioni bellicose” del governo, sottolineando che qualsiasi partecipazione a un conflitto armato richiede l’approvazione parlamentare.
Il capo di gabinetto Manuel Adorni ha attenuato la retorica presidenziale: “L’Argentina non partecipa alla guerra, ma condivide la filosofia e l’allineamento con gli Stati Uniti e Israele contro un regime che minaccia la stabilità internazionale”. Il precedente più vicino per un coinvolgimento argentino in un conflitto mediorientale è il dispiegamento di navi da guerra nel Golfo Persico durante la Guerra del Golfo del 1990-1991 sotto la presidenza di Carlos Menem. Gli analisti osservano, tuttavia, che quel dispiegamento avvenne all’interno di una coalizione multilaterale sostenuta dalle Nazioni Unite, un quadro giuridico assente nel conflitto attuale.
Luigi Medici
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