
Nelle ultime settimane nella social sfera jihadista si torna a parlare di Boko Haram, gruppo con sede in Nigeria che nel 2015, attraverso il giuramento (Bay’ah) all’allora Califfo Abu Bakr Al-Baghdadi, si è unito alla Ummah dello Stato Islamico, da loro definita grande Umma. Da quel momento Boko Haram ha cessato di esistere come tale per diventare l’Islamic State Western African Province – ISWAP. Con questa decisione il gruppo si è però diviso in due, da un lato la ISWAP, guidata da Al Barnawi (braccio destro di Shekau allora capo di Boko Haram); mentre dall’altro avviene la formazione di JAS (Jama’tu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad), guidata da Shekau.
Da notizie afferenti ai canali social, il sei maggio 2026 l’esercito del Ciad afferma che 23 militari sono stati uccisi e altri 26 feriti in un attacco di Boko Haram contro una base militare in Ciad. Mentre il 7 maggio, combattenti di Boko Haram a bordo di motociclette avrebbero radunato un gruppo di taglialegna fuori dal villaggio di Abaram, nel distretto di Bama, nello stato di Borno, aprendo il fuoco, causando la morte di 18 di loro. Ancora, il 10 maggio Boko Haram avrebbe attaccato una base dell’esercito ciadiano sul lago Ciad con imbarcazioni armate.
La domanda leggendo le cronache locali è: quale gruppo è realmente responsabile degli ultimi attacchi sul lago Ciad?
Remadji Hoinathy, ricercatore presso l’ISS Africa (Istituto per gli Studi sulla Sicurezza) specializzato nel Lago Ciad e nell’Africa centrale, è stato ospite di RFI (Radio France Internationale) il 6 maggio 2026. Nel corso dell’intervista, l’esperto ha spiegato come JAS e ISWAP costringano le popolazioni che vivono nelle aree fertili attorno al lago Ciad a partecipare a una vera e propria “economia criminale”. Questo sistema consente ai gruppi jihadisti di rafforzarsi economicamente e militarmente, contribuendo alla crescente instabilità che colpisce Nigeria, Niger, e Camerun. L’obiettivo dei gruppi jihadisti è sempre lo stesso: delegittimare i governi centrali imponendo un modello di governance basato sulla legge della Sharia.
Il coinvolgimento della popolazione locale, formata da diverse etnie e tribù, nelle reti criminali rende oggi ancora più complesso il lavoro delle forze di sicurezza impegnate nello smantellamento delle cellule terroristiche presenti sul territorio. Infatti, in un contesto segnato da violenza diffusa, povertà e insicurezza alimentare, per molte persone aderire ai gruppi armati rappresenta spesso l’unica possibilità di sopravvivenza. Per questo motivo, ciò che oggi viene comunemente definito “Boko Haram” appare sempre più come una galassia frammentata di piccoli gruppi armati, nati non solo per motivazioni ideologiche, ma anche per dedizione alla criminalità spicciola come il caporalato, un modo semplice per fare soldi in maniera veloce.
Tuttavia, sembrerebbe che nell’ultimo periodo sia JAS che la ISWAP abbiano intensificato le operazioni contro civili, tra cui taglialegna, agricoltori e pescatori della regione, accusandoli di spionaggio per conto dell’esercito. La situazione per la popolazione locale è diventata ad oggi insostenibile, visto anche l’obiettivo di DAESH di trasformare l’Africa Occidentale e Centrale nel nuovo centro operativo del jihad. Per questo motivo continuano ad esserci scontri tra ISWAP e JAS (quest’ultima con una presenza numerica di gran lunga inferiore alla wilayat dello Stato Islamico), concentrati nella conquista delle aree attorno al lago Ciad, ricche di risorse, e nel rafforzare il proprio livello di influenza locale.
Dania Piccirilli
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