Aprire o non aprire Rafah?

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EGITTO – Il Cairo. Dall’inizio dell’operazione militare a Gaza, Israele ha avuto cura di non danneggiare le infrastrutture nella Striscia di Gaza, a differenza di quanto fu fatto con Mivtza Oferet Yetzukah  (Operazione piombo fuso) tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009.

E se la sede del governo di Hamas è stata bombardata, nessuna strada, ponte o linea elettrica è stata, al contrario, colpita. Allo stesso tempo, due stazioni televisive, Al-Aqsa TV e Al Quds TV, sono state attaccate e hanno interrotto le loro trasmissioni. Secondo Hamas inoltre, alcuni generatori della centrale elettrica di Gaza sono stati danneggiati e la fornitura di energia elettrica, per gli abitanti della Striscia, è stata quindi ridotta a solo 12 ore al giorno. Tuttavia, la vita a Gaza si è svolta più o meno nella normalità, anche sotto gli attacchi aerei israeliani, grazie, soprattutto, al generoso aiuto economico fornito dal Qatar. Nella settimana dell’11 novembre, l’Emirato del Qatar avrebbe versato oltre 400 milioni di dollari e grandi quantità di carburante al governo di Hamas. Così come molti altri Stati arabi.

Attualmente, la Striscia di Gaza è diventata ancora più dipendente commercialmente dall’Egitto, come testimoniato dall’attività al valico di Rafah, verso l’Egitto. Al primo ministro egiziano Hesham Mohamed Qandil che ha visitato Gaza il 16 novembre, è stata reiterate da Hamas la richiesta dell’apertura del valico di Rafah con l’Egitto per il passaggio delle merci. Il presidente egiziano Mohamed Morsi ha, però, sempre rifiutato di commentare la cosa. Le richieste di Hamas hanno comunque base politica: l’apertura del valico di Rafah, come valico di frontiera ufficiale, significherebbe il riconoscimento della sua posizione come governo legittimo sovrano di Gaza. Gli egiziani sono, però, indecisi: sarebbe, al momento e in apparenza, più conveniente sviluppare il commercio attraverso i tunneltra Egitto e Gaza.

Il passaggio avviene in due modi: attraverso il percorso ufficiale, da Israele, attraverso il valico di Kerem Shalom, e sotto terra contrabbandando attraverso i tunnel.

Nella prima settimana di novembre, circa 1.500 camion sono passati attraverso il valico del kibbutz israeliano. Secondo Gisha (ong israeliana per la libertà di movimento dei palestinesi), il 40% dei camion passati per Kerem Shalom ha trasportato derrate alimentari, un ulteriore 40% materiali da costruzione per uso non militare e il restante 20% elettrodomestici, farmaci, generatori per uso domestico e altri beni.

Le gallerie che passano da Rafah sono utilizzate principalmente per combustibile e sigarette, venduti a basso prezzo in Egitto. Il commercio del carburante contrabbandato attraverso i tunnel provoca perdite stimate in 100 milioni di dollari al mese per l’Egitto; il carburante è, infatti, un bene sovvenzionato in Egitto. Perché, allora, al Cairo si preferisce contrabbandare con Gaza, ma non si è pronti a soddisfare la richiesta di Hamas di aprire il valico di Rafah per il passaggio delle merci?

Le ragioni sono politiche, ribadiamo. Il timore egiziano sta in un fatto ben preciso: aprire il passaggio sarebbe interpretato come una revoca degli accordi di Oslo, che prevedono la creazione di un’unione doganale israelo-palestinese, cioè la creazione di un’entità economica unica ai fini delle dogane e della politica delle importazioni. In questo caso, Israele sarebbe in grado di chiudere completamente il valico di Kerem Shalom, un passo che potrebbe portare ad una “separazione” israeliana cui si aggiunge il timore egiziano di assumersi la responsabilità totale della vita della Striscia di Gaza.