ALGERIA. Sit-in contro il Polisario. Tindouf, tra schiavitù e razzismo

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Si riapre la questione della schiavitù nei campi di Tindouf, nel sud dell’Algeria, per chiedere giustizia alla dirigenza del Polisario.

A farlo è ancora una volta l’ONG “Libertà e Progresso”, che opera nei campi, con un sit in e attraverso la pubblicazione di comunicati sottolineando la complicità e la passività della dirigenza del Polisario nel porre fine a queste pratiche discriminatorie.

Gli organizzatori della protesta hanno denunciato «le misure discriminatorie quotidiane tra cittadini sahrawi dei campi di Tinduf sulla base del colore della pelle».

Quando Brahim Ghali abbandonò precipitosamente la Spagna nel 2008

L’Associazione “Libertà e Progresso” aveva già messo in guardia, lo scorso novembre, contro l’“esclusione” dei sahrawi dalla pelle scura dalla partecipazione agli incontri preparatori del prossimo congresso del Polisario, in programma dal 13 al 17 gennaio nel “campo di Dakhla” in Algeria. L’Ong parla di di “una politica di apartheid”contro la popolazione nera dei campi.

La questione della schiavitù nei campi di Tindouf è stata denunciata nel 2014 da Human Rights Watch. L’Ong internazionale aveva notato, in seguito alle testimonianze dell’associazione “Libertà e Progresso”, “che nei campi persistono forme di schiavitù in alcuni casi isolati, nonostante il Polisario chieda da tempo di sradicarla e di emanare una legge che criminalizzi questa pratica”. Le vittime sono in molti casi saharawi dalla pelle scura e la schiavitù assume principalmente la forma di lavoro domestico involontario, riporta Yabiladi.

Brahim Ghali, leader del Polisario, è stato infatti costretto, nel 2008, a lasciare precipitosamente la Spagna, dove ricopriva la carica di rappresentante del Polisario, a seguito della denuncia nei suoi confronti da parte di una ragazza sahrawi ed ex schiava, Soltana Bent Bilal, che lo accusava di “maltrattamenti” e violazione.

Nel 2007 il Polisario ha arrestato due giornalisti australiani, Violeta Ayala e Daniel Fallshaw, che volevano indagare sulla schiavitù nei campi di Tindouf e che sono stati rilasciati dopo una campagna di Reporters Without Borders (RSF) e l’intervento delle Nazioni Unite.

Redazione

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