VENEZUELA. L’OAS condanna Caracas

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È possibile che il Venezuela comincerà a bloccare i siti web, ha dichiarato Carlos Correa, direttore della Ong venezuelana Espacio Público. La Cina, riporta El Carabobeno, è un chiaro esempio di repressione e la censura su Internet, ha detto l’esperto, ma ha detto che l’azione sarebbe stata controproducente per il governo nazionale.

L’esperto ha poi detto di non pensare che il governo bloccherà i portali, ma potrebbe bloccarne l’accesso. I mezzi per eseguire queste azioni sono robot, ha detto Correa in un’intervista a Union Radio.

«Tutti i siti web hanno un indirizzo che funziona come un numero di telefono. Ci si connette a quel nome attraverso il numero. Se il nome viene rimosso, l’accesso al sito è negato», ha detto.

La rimozione siti web non è così facile, ha poi detto l’esperto che ha sottolineato che per raggiungere questo obiettivo occorre arrivare a un giudizio che dimostri l’illegittimità del sito.

Le autorità venezuelane il 4 aprile hanno bloccato diverse strade di Caracas e sciolto la manifestazione dell’opposizione nel centro della capitale, diretta verso il parlamento venezuelano per manifestare contro quello che considerano «una rottura dell’ordine costituzionale».

L’Organizzazione degli Stati Americani, Oas, ha adottato “a maggioranza”, una dichiarazione secondo cui in Venezuela c’è un’«alterazione incostituzionale grave dell’ordine democratico» e chiede che il governo di Nicolás Maduro ripristini la «piena autorità» dell’Assemblea nazionale.

Il testo è stato approvato “a maggioranza”: 17 su 21 stati; 4 astenuti: Repubblica Dominicana, Bahamas, Belize e El Salvador.

Il documento è stato presentato da Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Stati Uniti d’America, Giamaica, Messico, Panama, Paraguay e Perù.

Il testo non è stato messo ai voti, è stato approvato “a maggioranza” dei membri presenti, come ha dichiarato il presidente ad interim del Consiglio Permanente, l’Ambasciatore dell’Honduras, Leónidas Rosa Bautista.

Al momento della presentazione e discussione della risoluzione non erano presenti Bolivia, Venezuela e Nicaragua, che ha lasciato la sessione dopo la segnalazione che si tratta di un incontro “illegale” e un “putsch istituzionale” che ha avuto luogo nonostante la Bolivia, a capo della presidenza del Consiglio, l’avesse in precedenza sospeso.

Graziella Giangiulio