VENEZUELA. L’incubo del “Dollaro nero”

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L’impennata del “dollaro nero”, cioè quello venduto sul mercato non ufficiale, e il suo impatto iperinflazionistico hanno costretto il governo venezuelano ad allentare i controlli sui tassi di cambio in vigore dal 2003, ma la misura potrebbe non fermare il devastante aumento dei prezzi. Finora il mercato finanziario era alimentato dallo Stato, che monopolizzava le monete, ma il 1° febbraio il governo ha rilanciato un sistema di aste di valute, chiuso da cinque mesi, con risorse del settore privato.

Da allora, riporta El Diario de Caracas, si è registrata una svalutazione del bolivar del 90,81% nella vendita di 4,4 milioni di euro, valuta di riferimento a causa delle sanzioni finanziarie americane che ostacolano l’accesso del Venezuela ai finanziamenti esterni. Il governo Maduro ha, inoltre, eliminato la tassa di 10 bolívar per dollaro, che veniva usata esclusivamente per l’importazione di prodotti alimentari e medicinali, ma rivelatasi anche una fonte di corruzione.

Dal 2004 al 2014, con i ricchi proventi del petrolio, questo controllo era servito a sovvenzionare le materie prime importate con dollari venduti a tassi irrisori; ma negli ultimi anni, le importazioni sono crollate e la carenza di beni è diventata cronica, a fronte di una grave scarsità di dollari a causa del calo delle entrate petrolifere, il 96% del reddito. Ora, in un paese in iperinflazione e in parziale insolvenza, il governo è alla ricerca di liquidità.

A febbraio, Maduro ha creato il Petro, per cercare di ridurre la dipendenza dal dollaro ed eludere le sanzioni da parte degli Stati Uniti, ed il cui successo è controverso proprio a causa della diffidenza verso la politica economica venezuelana.

Nonostante la forte svalutazione, comunque, non è stato possibile colmare l’enorme divario con il “dollaro nero”, cioè col mercato non legale. Il nuovo sistema non garantisce la moneta di cui l’economia ha bisogno, a causa dei tassi più interessanti del mercato nero. Ci si attende ora una ripresa del “dollaro nero” dopo il picco registrato a gennaio. In questo periodo la moneta ufficiale, i bolívar, sono stati usati più per pagare le tasse che per acquistare valuta estera nel mercato parallelo, e il costo della vita è ancora inarrestabile. Secondo i dati a disposizione, è aumentato dell’80% a febbraio, mentre il Fmi prevede che quest’anno salirà al 13,000%, con la conseguenza che i salari letteralmente evaporano. Dopo il recente aumento del 64 per cento, il reddito minimo vale poco più di tre chili di carne al mercato.

La svalutazione inciderà, quest’anno, in particolare sui costi di prodotti e servizi sovvenzionati come l’acqua, l’elettricità o la telefonia, legati alle tariffe ufficiali, a causa del costo più elevato delle importazioni e l’aumento delle tariffe e altre tasse. Le prospettive non sono rosee: le importazioni scenderebbero a 9 miliardi di dollari e i debiti ammontano a circa 8 miliardi di dollari e le riserve raggiungono appena i 9,5 miliardi di dollari.

Graziella Giangiulio