Interessi cinesi in Venezuela

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VENEZUELA – Caracas 13/12/2013. «Il Venezuela è in crisi economica: l’inflazione supera il 50 per cento, scarseggiano i beni di consumo, le riserve stanno diminuendo, ed il Bolívar sul mercato nero è a quasi 11 volte il tasso ufficiale.

In questo contesto, il settore petrolifero, che genera oltre il 96 per cento delle entrate del paese, risulta bloccato tra investitori che cercano di contenere le loro perdite e un gruppo d’imprese cinesi, indiane, russi e occidentali che stanno espandendo la loro presenza e l’impegno per il paese. Se la decisione di rimanere può riflettere la mancanza di migliori alternative, implica anche la speranza che la Pdvsa conceda loro maggiore autonomia, proprio a causa della sua necessità di avere ulteriori investimenti». Così il professor Evan Ellis, docente della National Defense University ed esperto analista della realtà sudamericana, tratteggia l’attuale situazione economica del Venezuela in una interessante analisi comparsa sul Latin Business Chronicle il 12 dicembre. Ciò che caratterizza i complessi rapporti tra Caracas e gli investitori esteri sta proprio nella capacità produttiva di greggio del Paese: ogni attore persegue  la propria agenda e  la Pdvsa, società statale, non riesce più a bilanciare la situazione tra prestiti e vendita della produzione di greggio. La distribuzione verso i terminali  non è più garantita e la produzione rischia di subire ingenti perdite proprio per la mancanza di investimenti dettata da una politica di “controllo nazionale” della stessa che con stime che vanno dia 300 ai 500 miliardi di barili di petrolio continuano a farne una delle più grandi al mondo. «La verità è che la Pdvsa sarà sì nel breve periodo, in grado di portare la produzione in alcune aree, affrontare i problemi di raffinazione, trasporto verso altre aree; nel lungo periodo però non potrà soddisfare tutti gli impegni presi con i suoi partner, né sarà in grado, con ciò, di rifornire il governo di fondi per tranquillizzare i bisogni sociali». Esiterebbe per Ellis, dunque, un rischio implosione dello stesso stato venezuelano.