Il domino del post Karimov

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ITALIA – Roma 05/09/2016. La scomparsa del presidente uzbeko Islam Karimov rischia di avere ripercussioni di vasta portata per l’intera regione.

Il governo uzbeko ha annunciato ufficialmente la sua morte il 2 settembre, dopo le voci insistenti di una emorragia cerebrale che lo aveva colpito. Non è stato mai utilizzato in Uzbekistan il meccanismo per il passaggio di consegne: Karimov era al potere dall’indipendenza del paese dall’Urss nel 1991.
L’Uzbekistan è il paese più popoloso dell’Asia centrale ed è quello che ha il più grande esercito.
Durante il suo governo, Karimov ha costruito un regime laico relativamente stabile in un paese e in una regione minacciate dal fondamentalismo islamista. A farne le spese, la compressione delle libertà personali, come lamenta l’opposizione interna. Il lungo governo Karimov non è riuscito a neutralizzare la minaccia islamista al suo interno, da ultimo quella dello Stato Islamico. Gli uzbeki in Daesh, oggi, combattono nello Sham ma con la morte dell’uomo forte del paese, potrebbero essere tentati di rientrare nel paese e di far germogliare lì la pianta del Califfato. Basti ricordare che il cpao della sicurezza presidenzale, un pluridecorato uffiicale uzbeko, ocn tanto di corsi fatti negli Usa, oggi combatte tra le fila del Califfato, assieme ad alcuni dei suoi uomini. Posizionato sull’antica Grande Via della Seta, collegamento ancestrale tra l’Europa e l’Asia, l’Uzbekistan ha una posizione strategica che ha attirato molti Stati esteri, da ultimo la Federazione russa e gli occidentali. Avere in Uzbekistan uno snodo si rivela di importanza strategica fondamentale. Nel 2001, Tashkent ha permesso a Washington di usare la base aerea di Manas per le operazioni militari in Afghanistan; quattro anni dopo tutte le truppe straniere sono state allontanate in seguito alle critiche di Washington sul mancato rispetto dei diritti umani da parte del governo uzbeko.
Mosca, che con l’impero russo prima e con l’Urss poi, era saldamente presente in zona, intende fare sì che il nuovo presidente sia più vicino a lei che all’Occidente. Finora, a differenza di molti paesi dell’Asia centrale ex sovietica, l’Uzbekistan ha diffidato anche della risorgente presenza russa: nel 2012, Tashkent è uscita dall’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), proprio per il mal sopportato potere d’influenza che Mosca era tornata a possedere.
L’Uzbekistan è ricco di risorse naturali, come petrolio, gas e oro; eventuali effervescenze politiche e di sicurezza nel paese rischierebbero di far alzare il prezzo di questi prodotti sui mercati mondiali. Eventuali tensioni potrebbero interessare anche i paesi vicini, ricchi di risorse energetiche anch’essi: Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan.
Attraverso l’Uzbekistan passano i corridoi di trasporto regionale che in caso di tensioni interne o regionali potrebbero essere interrotti, inclusi i gasdotti e gli oleodotti in costruzione verso Russia e Cina. Tashkent fornisce anche energia elettrica al Tagikistan, al Kirghizistan, all’Afghanistan e al sud del Kazakistan. Una interruzione o diminuzione delle forniture avrebbe conseguenze gravi a livello sociopolitico. Anche il mercato del crimine passa per l’Uzbekistan che si trova sulle rotte dell’oppio che dall’Afghanistan vanno verso Russia ed Europa, e trafficanti di droga potrebbero approfittare dell’instabilità a loro vantaggio. Il domino sociopolitico arriverebbe in Cina, poiché Tashkent ospita una nutrita comunità uigura islamica. Pechino considera gli Uiguri una minaccia alla propria stabilità, ed infine finirebbe con il rinfocolare le tensioni di confine mai risolte con Tagikistan e Kirghizistan.